Integrazione e politiche migratorie: cosa vuol dire “aiutarli a casa loro”?

Integrazione e politiche migratorie

L’articolo di Marco Binotto sul caso “Renzi-aiutiamoli a casa loro” è, a mio giudizio, molto convincente in alcune parti.
E’ vero. Renzi, nel suo libro, e il Partito Democratico hanno utilizzato un lessico della comunicazione politica della destra. “Aiutarli a casa loro” è un’espressione di uso comune diffusa da almeno un trentennio – in coincidenza con l’inizio del fenomeno migratorio dall’Europa orientale e dai Paesi extraueropei – che indica esattamente il contrario di un approccio solidaristico. La traduzione è “non ce li vogliamo, stiano a casa loro”, con tutto il portato di esclusione e gerarchizzazione giustamente evidenziato da Binotto.
Altrettanto vero, come scrive Marco, è che imitare – anche in chiave elettoralistica – il linguaggio dell’avversario non conquista voti. Soprattutto, aggiungo, in un contesto non più bipolare come quello italiano, ma segnato dal ritorno del “pluralismo polarizzato” che contraddistingueva la prima repubblica.  Nel caso delle politiche migratorie l’elettorato anti-migranti sosterrà sempre gli “originali”, mentre gli elettori progressisti si allontanano. Anche il Movimento 5 Stelle ha assunto, nel tempo, una chiara fisionomia anti-immigrazione.
Ciò che mi convince di meno dell’analisi di Binotto è l’affermazione che l’uscita di Renzi non sia un “incidente di comunicazione” ma una svolta strutturale politica e culturale, che consegna il PD al mainstreaming politico e comunicativo tema migrazioni.
Anzitutto non si comprende perché questa svolta sia avvenuta soltanto ora. Renzi non è più un newcomer quanto un comeback kid, specialmente dopo il 4 dicembre. Da 5 anni Renzi e il suo partito sono nel cuore dell’establishment. Il partito ha sostenuto tutti i governi dal novembre 2011 e il suo segretario è stato primo ministro, per oltre mille giorni. Come noto la retorica politica anti-immigrati è estremamente diffusa in tutti i contesti politici occidentali. Sono pochi i governi, di ogni schieramento politico, che non hanno forzato su politiche pubbliche e comunicazione politica che li accreditino come “duri” e oppositivi al fenomeno migratorio. Tra i pochi leader, nelle società occidentali, che non hanno mai usato questa retorica vi sono sicuramente: Matteo Renzi, il canadese Justin Trudeau e Barack Obama il quale promosse (fallendo)  la più grande sanatoria di immigrati illegali della storia recente statunitense.
Si potrebbe obiettare che la “svolta” avviene ora, in coincidenza con l’inizio della campagna elettorale del 2018. Forse. Ma questo potranno dirlo soltanto altre evidenze, che appariranno nel tempo. Una rondine non fa primavera.
Sono inoltre in disaccordo sulla valutazione negativa che Binotto fa delle politiche pubbliche sul tema. In questa legislatura il governo italiano ha ottenuto che la missione Triton, nata come operazione di pattugliamento dei confini marini, si trasformasse in una missione internazionale di salvataggio, anche a ridosso dei confini libici, quindi una “Mare Nostrum” multinazionale. Centinaia di migliaia di vite sono state salvate. Giustamente, come sottolinea Marco, le politiche pubbliche non sono solo “accoglienza”. L’accoglienza è uno strumento di prima istanza; l’obiettivo di lungo periodo è l’integrazione sociale dei migranti. La legge sul caporalato, e quella sui minori non accompagnati scritta insieme a Save the Children (una legge unica in Europa che tutela i minori che arrivano in Italia) vanno in questo senso.
Certamente resta molto da fare. L’Italia non è mai rimasta ferma. Nel 1991 gli stranieri erano circa 650.000 e oggi sono oltre 5 milioni, quasi il 10% della popolazione. Il “peso” del fenomeno migratorio sulla società italiana ha prodotto finora meno conflitti che in altre società europee: grazie alla dimensione municipale del Paese, al ruolo dei corpi intermedi, del terzo settore e della Chiesa Cattolica. Finora meno conflitti: preoccupano le notizie delle “rivolte” di popolazioni e sindaci di piccoli comuni contro l’arrivo di poche decine di migranti. Un fenomeno inedito nel nostro Paese.
Per questo una grande politica di integrazione sociale a costo zero come lo ius soli/ius culturae non deve fermarsi di fronte alle tensioni della maggioranza di governo. Lo ius soli riguarda solo incidentalmente l’attuale ondata migratoria. Coinvolge persone che già sono in Italia, dove loro o le loro famiglie lavorano e pagano tasse e contributi sociali. Con lo ius soli accanto all’integrazione economico-sociale si realizzerebbe una integrazione valoriale e identitaria, oltre ad acquisire circa un milione di nuovi cittadini.
“Noi” – detto senza alcuna volontà dicotomica o gerarchica – abbiamo bisogno di “Loro”. L’Italia è il Paese occidentale che soffre la più grande crisi demografica. Anche al netto del saldo migratorio la nostra popolazione diminuisce. Come ha sottolineato recentemente il presidente dell’Inps gli immigrati sono fondamentali per la sostenibilità finanziaria delle prestazione sociali. La necessità di più migranti si scontra con il rigetto che l’opinione pubblica diffusa ha del fenomeno migratorio. Questo disallineamento non può che essere risolto dalla ripresa della politica dei flussi, che si è interrotta da qualche anno. Tramite la regolazione dei flussi dobbiamo integrare lavoratori immigrati nel tessuto economico italiano, secondo i suoi bisogni.
Un’ultima riflessione sulla cooperazione, che è la parte del discorso di Renzi omessa dall’opinione pubblica. La cooperazione non può risolvere da sola gli squilibri tra nord e sud del mondo. Occorre una riflessione seria sull’esportazione di capitali, che può assumere una dimensione predatoria (si sarebbe detto negli anni Settanta “neocolonialista”) e non portare sviluppo. Ma la cooperazione può servire a diffondere buone pratiche, innestare circuiti virtuosi, aumentare anche il capitale sociale dei Paesi donanti e riceventi.
I fenomeni migratori sono un tema complesso. Non è assolutamente detto che i migranti fuggano solo da guerre, carestie, fame e disperazione. Fuggono anche da economie e società in trasformazione, nelle quali la crescita squilibrata non riesce ad allocare equamente e sufficientemente le risorse (caso del Bangladesh o del Ghana). Le grandi ondate migratorie coincidono, solitamente, con i grandi processi di modernizzazione come fu per il caso italiano nel XX secolo. In realtà accogliendoli e integrandoli li aiutiamo già a casa loro. Basti pensare al fenomeno delle rimesse e ai ritorni di molti migranti, una volta raggiunta una certa sicurezza economica.

Come scriveva qualche anno fa Manuel Castells, uno dei grandi della sociologia della comunicazione, l’identità europea passa dall’affrontare le questioni delle migrazioni.

Al tempo stesso l’UE deve stroncare le mafie dell’immigrazione illegale. Inoltre, diceva Castells nel 2004, l’Europa deve applicare una legge della cittadinanza europea che integri, nella piena consapevolezza della dimensione multiculturale del continente, gli immigrati legali. Solo così si può costruire una nuova identità europea.