Khojaly, il genocidio dimenticato

khojaly, il genocidio dimenticato

25 anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, si consumò la strage di Khojaly: il più feroce eccidio di civili nel conflitto in Nagorno Karabakh. 613 persone, tra i quali 63 bambini, vennero massacrate dalle forze armene con il supporto di reparti dell’esercito russo. Le vittime fuggivano dalla cittadina di Khojaly, che era stata presa d’assedio dall’Armenia soprattutto per il suo alto valore strategico; era infatti la sede dell’unico aeroporto della regione. A un quarto di secolo la strage rimane impunita, nessun processo è stato tenuto e i responsabili non sono mai stati perseguiti.
Il processo di dissoluzione dell’Urss fu segnato oltre che dalla fine del sistema politico e ideologico anche, in alcuni territori dell’Unione, da un’accesa conflittualità etnica. Nel Caucaso meridionale i tre nuovi Stati indipendenti di Georgia, Armenia e Azerbaigian affrontarono un lungo periodo di instabilità interne e conflitti militari. La regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh  si trovava completamente all’interno dei confini azerbaigiani, sia durante la prima indipendenza del Paese e sia in era sovietica, costituita sin dal 1923 come provincia (oblast) autonoma della RSS azera. Abitata da una consistente popolazione armena, che era andata crescendo tra XIX e XX secolo, era stata per oltre un secolo e mezzo un luogo di convivenza tra armeni e azerbaigiani. Con l’eccezione degli scontri etnici del 1905 – probabilmente strumentalizzati dal potere zarista – la relazione tra le due comunità era sempre stata pacifica, nell’assenza di conflittualità religiose (gli azerbaigiani sono musulmani sciiti e gli armeni appartengono alla Chiesa armena)  e culturali. Lo stesso nome Nagorno Karabakh – composto delle lingue russa, turco-azerbaigiana e persiana – indica la pluralità culturale della regione. Nella seconda metà degli anni Ottanta vivevano tranquillamente in Nagorno Karabakh 40.000 azerbaigiani nella  accanto a circa 150.000 armeni.
Dalla fine del decennio si sviluppò in Armenia – in parallelo con il processo di distacco dallo Stato sovietico – un movimento irredentista che reclamava l’annessione del Karabakh. La fine dell’Urss portò alle degenerazione del conflitto e allo scontro militare diretto tra i due Stati. Anche a causa del maggior supporto russo il conflitto fu vinto militarmente dall’Armenia. Oltre il Nagorno Karabakh le forze armene occuparono sette distretti della repubblica azerbaigiana, che non erano mai stati oggetto di rivendicazione. L’obiettivo era politico e strategico: piegare la resistenza azerbaigiana e costituire una continuità territoriale con la regione occupata. L’occupazione da parte dell’Armenia produsse un disastro umanitario: ancora oggi – a un quarto di secolo dagli eventi – secondo i dati delle Nazioni Unite vivono in Azerbaigian oltre 600.000 Internally Displaced People, cioè rifugiati interni. Un dato impressionante che porta l’Azerbaigian, uno Stato stabile che ha vissuto un forte sviluppo economico e sociale, ad avere un numero di IDP comparabile a quelli dell’Iraq, dello Yemen o della Repubblica Democratica del Congo. Venne stabilita una tregua nel 1994 e, da allora, gli sforzi della comunità internazionale per una pacificazione rimangono senza esito. L’Armenia, nonostante quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che invocano il rispetto dell’integrità territoriale azerbaigiana, continua l’occupazione militare e gli IDP non hanno diritto di tornare nelle proprie case.
Una recente testimonianza di una donna azerbaigiana getta una nuova luce sulla sanguinosa vicenda di Khojali. In una lettera pubblicata sul Jewish Journal, il più importante quotidiano ebraico edito negli Stati Uniti, la quarantacinquenne Durdane Agayeva racconta la tragica odissea che ha subito immediatamente dopo il massacro. Durdane fuggì da Khojaly in piena notte con gli altri abitanti della cittadina. Le forze armene, che avevano promesso – in cambio dell’abbandono di Khojali – un “corridoio” umanitario sicuro ai profughi spararono ai civili in fuga. Durdane, che perse la sua famiglia nell’eccidio, venne catturata e portata in un campo di prigionia armeno: “come donna musulmana sento un certo e indicibile dolore nello spiegare alle persone che venni soggetta a torture brutali e umiliazioni, compreso lo stupro, per molti giorni come prigioniera degli armeni”. La testimonianza di Durdane si ferma qui, preferendo concentrare la sua riflessione sul tema della condivisione, della memoria, del processo di guarigione dalle ferite interiori. E’ la prima testimonianza diretta, a mia conoscenza, di uno stupro motivato dall’odio etnico in Nagorno Karabakh.
Credo che, attraverso questa testimonianza e altre che possono essere prodotte dalla ricerca storica e sociale, il caso di Khojaly possa iscriversi nella più recente riflessione sociologica sul concetto di genocidio. Nel suo volume Sociologia della Violenza identità, modernità, potere (Mimesis, 2016) Consuelo Corradi affronta il tema degli stupri etnici come strumenti genocidiari. Corradi studia gli stupri di massa che, nella ex Jugoslavia, vennero perpetrati dai serbi nei confronti della popolazione civile bosniaco-musulmana, durante la guerra in ex Jugoslavia nel 1992-1995. A partire dallo studio di Michael Mann sui genocidi si mette in evidenza come lo stato di “violenza selvaggia” – segnato da massacri e violenze contro la popolazione civile – porta la violenza a modellare l’identità, costringendo ciascun individuo ad indentificarsi in maniera esclusiva col proprio gruppo etnico di appartenenza. Tuttavia la forza distruttrice di quanto avvenne in Bosnia in quegli anni va oltre la “normale” violenza politica o l’ancestrale diversità culturale tra gruppi etnici. La conquista del territorio da parte dei serbi era effettuata attraverso un programma di semplificazione etnica, che prevedeva l’espulsione o l’annientamento della popolazione nemica, nonché l’uso del terrore per incentivare l’abbandono del territorio. Fu un atto di genocidio, come il massacro del Ruanda o la Shoah: “un evento che la storia ha il compito di ricostruire ma la mente umana fatica a comprendere. Abbiamo bisogno di nozioni come crimine contro l’umanità o crimine contro la vita pe rendere l’eccezionalità degli eventi”.  Corradi mette in evidenza come gli stupri di massa, subiti dalle vittime in appositi luoghi di detenzione come avvenne per Durdane, siano un elemento centrale della macchina del genocidio. Il corpo della donna diventa luogo della guerra e caratteristica qualitativa, prima che quantitativa, del processo di genocidio. Lo stupro ha una fortissima valenza sociale e simbolica: è un’aggressione alla comunità di appartenenza, violare le donne – e a talvolta gli uomini – significa violare la nazione stessa. Lo stupro etnico non è una violenza fine a se stessa connaturata con la “normale” violenza di ogni conflitto militare, ma un atto di natura politica legata alla purezza della donna. Sporcare la purezza della donna significa sporcare la comunità nazionale – non a caso si parla di “madre patria” – contaminandola e degradandola. Stuprare, spiega con efficacia Corradi, vuol dire distruggere una comunità nazionale. Stupro di massa e pulizia etnica nella ricostruzione di Corradi sono strumenti di genocidio, culturali e politici prima che fisici, perché servono a determinare la distruzione o la cancellazione di un popolo. Lo stupro non è una conseguenza della guerra ma l’esatto contrario: è la guerra ad essere il prodotto di azioni che recavano un progetto di egemonia genocidiaria di un popolo sugli altri.
Credo che vi siano numerosi punti coincidenti tra la vicenda bosniaca, come analizzata nello studio di Corradi, e quella del Nagorno Karabakh. Tra questi punti: il clima di dissoluzione politica, la crisi sociale, il ruolo dei media, Il vuoto politico prodotto dalla fine del comunismo che produsse un vuoto morale che rese legittime azioni fino a quel momento inimmaginabili. La violenza divenne un elemento di semplificazione dell’identità: “La violenza estrema appare guidata da un’illusione, l’illusione di produrre identità e individui definiti una volta per tutte in modo univoco”. In questa tragica, quanto realistica, illusione di Stati monoetnici e fondati sul genocidio – a oggi il Nagorno Karabakh e gli altri territori sono è effettivamente svuotati dalla popolazione azerbaigiana – le vittime attendono ancora giustizia. A partire dalle donne come Durdane sul cui corpo venne realizzato un genocidio dimenticato.

Per saperne di più
Consuelo Corradi, Sociologia della Violenza identità, modernità, potere, Mimesis, 2016
Thomas De Waal, Black Garden, Armenia and Azerbaijan Through Peace and War, NYU Press, 2013
Durdane Agayeva, A story of survival and the healing power of familiarity, Jewish Journal, 11 maggio 2015, http://jewishjournal.com/opinion/171019/
Justice for Khojaly, campagna di sensibilizzazione per il riconoscimento internazionale del genocidio di Khojaly http://www.justiceforkhojaly.org/

Daniel Pommier Vincelli
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