Barcellona, referendum e Unione Europea. Quali sono le opinioni dei cittadini catalani?

Barcellona è una città dalle mille sfaccettature e sfumature. Camminando per il suo centro si possono incontrare migliaia di persone e si respira un turismo disarmante, quasi oppressivo. Sembra a tutti gli effetti una capitale, più che un capoluogo di una comunità autonoma. Proprio questo è il quesito che ci si pone arrivando qui: è un’assurdità la forza indipendentista che si sta radicando sempre più o ci sono validi motivi, perché loro si separino dal resto della Spagna? E qual è la visione che hanno al momento riguardo l’Unione Europea?

Si è deciso di intavolare una discussione e chiedere dei pareri a loro, gli abitanti del capoluogo catalano. Nella suggestiva cornice di Vila Urania vi è un centro civico molto attivo, che organizza numerosi corsi. Abbiamo approfittato di due lezioni di italiano per poter intavolare la discussione su questi temi. Le lezioni sono tenute da Ada Plazzo, direttrice del Centro Ama l’Italiano, un centro didattico e culturale nella città di Barcellona, la quale è stata entusiasta di poter intrattenere una lezione diversa dal solito.

Gli studenti, divisi in due gruppi tra le sei e le sette persone l’uno, sono quasi tutti adulti e sono stati subito molto disponibili ad intavolare questo confronto, mettendo in pratica la lingua che stanno studiando, con la prospettiva di avere esperienze lavorative, o semplici rapporti, con l’Italia.

Entrambi i gruppi, intervistati in due momenti distinti, hanno dimostrato un certo pessimismo, discutendo sulle questioni generali che stanno coinvolgendo l’Unione Europea, dai movimenti populisti che stanno emergendo, fino al referendum della Brexit. L’idea che traspare dalle loro parole, è che ci sia poca fiducia nella buona riuscita di un’Unione Europea vera e solida.

Tuttavia, il maggior interesse viene suscitato quando si comincia a parlare nello specifico della questione catalana. Gli studenti hanno toccato più aspetti, esplicando i risvolti che non sono stati trattati in maniera approfondita al di fuori della Catalogna. “La Catalogna dà troppo al governo centrale di Madrid, per ricevere poco”, sono queste le parole più ricorrenti. I catalani rivendicano il loro primato di comunità autonoma locomotrice dell’intera nazione, il cui governo centrale non gratifica abbastanza in termini di fondi ed infrastrutture. Il più grande motivo di rabbia che traspare è lo Statuto catalano, che è stato modificato, in maniera sostanziale, dal governo spagnolo. Gli intervistati evidenziano numerose volte questo punto, facendo forza sul fatto che la Catalogna, insieme alla comunità basca e alla Galizia, sia stata la prima ad essere un’autentica comunità autonoma, ad avere uno statuto e una bandiera propri.

Un altro punto affrontato, evidenziando un forte orgoglio, è quello della lingua. Sono convinti profondamente che la loro comunità sia bilingue e che non ci sia nessuna differenza fra il parlare il castigliano, ovvero la lingua di Madrid, prima lingua ufficiale nazionale, e il catalano, sebbene una docente abbia sottolineato che nelle scuole si parli molto più la seconda. Una ragazza, la più giovane fra gli studenti, spiega che non ci sia alcuna difficoltà ad imparare il castigliano, sapendo il catalano: ha imparato il secondo proprio a Barcellona, dopo aver vissuto la sua infanzia in un’altra zona della Catalogna.

Nel proseguire la discussione, per entrambi i gruppi, si entra nel vivo della vicenda legata al Referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1° ottobre 2017. Alla domanda se ci abbiano creduto veramente, le risposte sono molto varie. Alcuni sostengono di aver avuto una forte speranza, spinta più dall’emozione, che dal pragmatismo. Altri, invece, dichiarano di aver sempre saputo che sarebbe stata una disfatta, in termini politici e sociali. “Lo abbiamo vissuto davvero, da attivisti convinti”, dichiara Paola, una delle studentesse, “ma non era ancora arrivato il momento”.

Il punto cruciale è questo. I cittadini intervistati riconoscono che questa battaglia politica, sociale ed economica, per rivendicare la propria indipendenza, sia giusta, ma che i tempi non fossero maturi, al momento del Referendum, e che non lo siano ancora adesso. Accusano in maniera sferzante il governo centrale, per come ha cercato di reprimere questa volontà popolare e, soprattutto, dichiarano che i Catalani non dimenticheranno mai le cariche della polizia sulle persone che volevano esprimere una loro opinione in merito. “Il Referendum in questione era illegale, sarebbe servita una procedura rigida per cambiare la Costituzione e far sì che fosse riconosciuto legittimo”.

E l’Unione Europea? Interrogati su questo argomento, lamentano una certa delusione per via del non riconoscimento del Referendum. Lo sospettavano, sapevano che i vertici Europei non avrebbero fatto grandi sforzi per difendere il desiderio di indipendenza catalano. “Pensate che in via meno ufficiale, l’UE possa aver sperato in questa indipendenza?”. Le risposte riconoscono un fondo di verità in questa supposizione. L’opinione è che i politici europei abbiano voluto comunque verificare quanto sia forte il desiderio di indipendenza in Spagna e quanto la gente riesca ad imporre le proprie idee a un governo centrale forte.

Nonostante questa diffidenza latente verso le persone che occupano posizioni di potere a Bruxelles, gli intervistati dimostrano di avere un grande senso di appartenenza verso il sogno Europeo, la moneta unica, il libero scambio economico fra i paesi. Quello che dichiarano, però, è che i vertici della governance europea, in questo periodo storico, non risolveranno la questione catalana, per mancanza di loro interessi, e non faranno altro che assistere a ipotetici scontri futuri.

Il desiderio più grande che mostrano è quello di voler dialogare con Madrid, per avere la possibilità di esprimere la loro volontà, con un Referendum legale e scongiurando qualsiasi tipo di scontro violento.
Del resto, affermano: “Storicamente, gli Spagnoli sono conquistatori, noi Catalani siamo negoziatori”.