Parigi. Tarda mattinata, e quell’undici settembre che riecheggia nella memoria. Al numero 10 di rue Nicolas-Appert, nel quartiere della Bastiglia, si consuma in un lampo di tempo l’oltraggio alla libertà. Come ogni mercoledì la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo è in riunione per impostare il numero successivo; da anni sotto la continua minaccia dei terroristi islamici, la redazione viene sconvolta dall’ennesimo attacco. Pochi giorni dopo i leader mondiali si riuniranno nella capitale francese per sfilare in corteo, uniti, in difesa della libertà di stampa. Tra questi, anche molte figure che non hanno alcuna legittimità a ergersi difensori della causa, come da cronaca politica recente. Allo stesso tempo, vignette, frasi, fotografie e tweet si perdono nel flusso comunicativo a sostegno della redazione di Charlie Hebdo, al grido unanime di Je suis Charlie.

Je suis Charlie significa soprattutto difendere la libertà di stampa ma in moltissimi hanno criticato l’uso di questo messaggio avvalorando la tesi opposta, ossia, l’inesistenza di libertà di stampa. Un’ipotesi non proprio infondata se si guardano i dati della recente classifica pubblicata da Reporters sans frontières che testimoniano una “regressione brutale” nel 2014. L’argomento ha suscitato clamore soprattutto tra i più giovani come Andrea che ritiene “la classifica non idonea a rappresentare la situazione attuale”, o come Sara per la quale “la situazione diventa sempre più grave”. Opinioni contrastanti dunque, mentre nel mondo imperversa un clima del terrore, non facile da trattare.

A distanza di tempo, dunque, il tema rimane caldo e rientra al meglio in uno degli appuntamenti BEJOUR (Becoming a Young Journalist in Europe) tenutosi presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale de La Sapienza, lo scorso 26 gennaio. “Quella che si sta combattendo, in Siria, Yemen, Iraq è una sorta di guerra civile all’interno della Stato Islamico tra le diverse fazioni” – introduce Giampiero Gramaglia – ma, come noi tutti sappiamo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo è stato un attacco alla libertà e ai pilastri della società occidentale, oltre che francese. Un attacco alla libertà di stampa e d’espressione, un attacco alle istituzioni nonché alle forze di polizia che contribuiscono a difendere lo Stato dal nemico, oltre che a mantenere l’ordine pubblico.

I disegnatori Charb, Wolinsky, Tignous e Honoré potrebbero rappresentare ciascuno di noi (Je sui Charlie) almeno nella volontà di difendere un nostro diritto, inviolabile. Non siamo tutti Charlie perché non tutti condividono le tematiche affrontate dal settimanale satirico francese o perché non tutti sarebbero disposti a difendere la libertà d’espressione a tal punto da vivere sotto scorta, ed esser continuo bersaglio di minacce. “Si è sentito parlare molto di Charlie Hebdo – afferma Eric Jozsef di Libération – ma pochissimi forse l’avranno mai letto”. Ed è così passata l’idea che il settimanale francese fosse solo contro l’Islam; in realtà considerando i dati pubblicati da Le Monde sulle copertine, in dieci anni Charlie Hebdo ha fatto satira perlopiù sui politici, che sulla religione. “Nel cuore dell’Europa – prosegue Jozseft – c’è stato un nuovo attacco antisemita, come da tempo non se ne vedevano. E’ necessario quindi non dividere quello che è successo all’interno della redazione di Charlie Hebdo e all’interno del negozio Kosher” – chiosa il corrispondente in Italia di Libération. In Francia, infatti, la tematica è piuttosto scottante se si pensa al numero di seguaci del FN (Front National) di Marine Le Pen. Fondamentale è il ruolo giocato dai media e dagli attori pubblici nel racconto di eventi di così tale rilevanza. Una vera e propria responsabilità nella gestione delle informazioni, volta a non stigmatizzare in questo caso l’Islam, e creare una sempre più forte integrazione tra le religioni inseguendo l’ideale di laicità, e non cedendo all’autocensura. E’ questo il monito finale di Fabien Wille, in collegamento dall’Université Lille 2.

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