Questa è la domanda posta dagli esperti di comunicazione presenti all’inaugurazione del progetto “Become a Journalist in Europe: a bridge between traditional and new media” (BEJOUR), un programma di formazione sostenuto dal Dipartimento CoRiS della Sapienza di Roma e co-finanziato dall’Unione Europea Erasmus +, azione Jean Monnet, che si propone di preparare i futuri professionisti dell’informazione, con un’ottica non più solo italiana, ma anche europea. Presso la sede del Dipartimento Coris in via salaria a Roma, erano presenti Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega agli Affari Europei, Anguel Beremliysky, addetto stampa della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Giampiero Gramaglia, Direttore di EurActiv.it, e i docenti Coris Maria Romana Allegri, Antonio Bettanini e Christian Ruggiero, responsabili del progetto.

Nel corso del dibattito si è delineato quello che sembra essere il nocciolo del problema: il persistente sguardo nazionale a guida dei media europei che rallenta la costruzione di un’identità europea.  “Non si possono più guardare i fatti europei con occhi nazionali. Bisogna sviluppare dei media che guardano con gli occhi europei.” – ha detto Sandro Gozi, sostenendo la presenza di un’Europa a due facce, una condivisa da coloro che ne comprendono i benefici e quindi facile da comunicare, l’altra stendardo dei nazionalismi, dei parametri e delle difficoltà, perciò difficile da comunicare. Sta qui la responsabilità dei media.

I giornali e media italiani hanno un problema di qualità, non di quantità, ha affermato Giampiero Gramaglia, giornalista e direttore di Eractiv.it, avanzando la necessità di formare giornalisti italiani un po’ più europei. Possiamo e dobbiamo lavorarci per non consegnare il testimone a testate oltreoceano che proprio per questo riescono a guardare all’Europa senza gli occhiali nazionali. E perché non farlo noi europei?

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