I meccanismi elefantiaci della diplomazia, la necessità di formare giovani pronti a rispondere alle sfide della cooperazione e, ancora, il ruolo dell’Italia nello scacchiere della politica internazionale: su questi e altri temi si è mosso l’incontro con la senatrice Barbara Contini, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma nell’ambito del modulo BEJOUR.  Al centro, la pluriennale esperienza nell’ambito del peacekeeping e delle negoziazioni trans-nazionali che le è valsa incarichi di primo piano. Dalle prime missioni con l’UNDP in Bangladesh da responsabile delle infrastrutture, fino all’incarico di Direttore Regionale dell’OSCE in Bosnia Erzegovina, passando per la nomina in Iraq nel 2003 di Amministratore Civile della provincia di Dhi Qar (dove erano stanziate le truppe italiane vittime dell’attentato di Nassirya, ndr): la carriera della senatrice è stata spunto per una riflessione critica sulle problematiche della cooperazione e della diplomazia italiana e non.

Secondo Barbara Debra Contini, infatti, niente nuoce di più a un impegno diplomatico serio che la mancanza di progettazione o di strumenti di valutazione e rendicontazione, primi responsabili di ONG con budget in rosso e incapaci di dare sostenibilità a progetti dai risultati positivi. “Servono agenzie snelle, dinamiche e veloci e in questo la cosiddetta ‘riforma della cooperazione’ della scorsa legislatura è riuscita solo in parte”, ha sottolineato la senatrice, aggiungendo poi come sia diventato indispensabile anche un approccio manageriale ai rapporti tra organismi internazionali, ONG e privati. Gli strumenti tradizionali della diplomazia, infatti, non servono più: in un mondo multicentrico non basta avere con sé il governo locale e  integrarsi con la popolazione, ci sono interessi sempre più complessi e invisibili da soddisfare. Chiara la posizione della Contini anche sul ruolo marginale dell’Europa negli affari internazionali: c’entra “la mancanza di politica estera unica, di cui al momento non esiste neanche volontà. Si preferisce ancora il peso delle grandi potenze. Non stupiamoci, dunque, se le proposte di un paese come l’Italia rimangono spesso inascoltate. Fino agli anni ’80 godevamo, almeno, di grandi politici che osavano contraddire anche gli Stati Uniti o il nord Europa. Ora mancano personaggi di questo tipo che non scendono a compromessi. E mancano anche un po’ di donne che, in ruoli chiave, avrebbero forse più coraggio di andare contro corrente”. Del resto, proprio l’esperienza da funzionaria di organizzazioni internazionali in diverse parti del mondo, sembra averle dato la certezza che “quel rispetto di genere di cui tanto parliamo, non c’è neanche da noi, soprattutto nel sud Europa. Nell’organigramma di qualsiasi ente, per le posizioni più alte, se ci sono due candidati, alla fine si sceglie sempre l’uomo. Se sei brava, magari ti si da un ‘contentino’ o anche incarichi prestigiosi, ma è triste sapere che non sarai il numero uno perché non sei un uomo”.

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