Dice il Saggio

Bob Dylan: Chronicles. Volume 1 (2004, Feltrinelli)

Cafè Wha, Bleecker Street, MacDougall street, Gaslight: sono questi alcuni dei luoghi presso i quali si sviluppa il racconto autobiografico, in gran parte legato agli esordi artistici, di Bob Dylan, il musicista che ha segnato una pietra miliare nella storia della musica rock partendo dalle sue stesse radici folk.
Il primo volume delle Chronicles si sofferma soprattutto sull’epica degli inizi: l’amore per Woody Guthrie ed Hank Williams, Fred Neil che lo vuole scritturare per uno spettacolo con tanto di fenomeni da baraccone, la nascita del nome d’arte, il rapporto personale con lo stesso Woody Guthrie, lo stallo degli anni ’80 e la sensazione di non riuscire più a cantare in pubblico. E poi le parole di grandissimo apprezzamento per Joan Baez, quelle divertite su quel pazzo di David Crosby e un intero capitolo dedicato al rapporto con Daniel Lanois, l’artefice della sua rinascita artistica.
In tutto questo andare avanti e indietro nel tempo, con moltissime considerazioni personali sull’umanità, la letteratura, la politica, la canzone, il senso della musica, il cinema, Dylan dedica appena una riga all’incidente con la motocicletta che ebbe nel 1966 e che quasi gli costò la vita: “Ho avuto un incidente in motocicletta e sono rimasto ferito, ma sono guarito. La verità è che volevo tirarmi fuori dalla concorrenza”.

Emiliano Fittipaldi: Avarizia (2015, Feltrinelli)

Avarizia, il libro che il giornalista Emiliano Fittipaldi ha potuto scrivere soprattutto grazie alla mediazione di una talpa interna al Vaticano, è stato uno dei casi prima editoriali e poi giudiziari dell’anno. Tanta fama – che è costata all’autore una sorta di impeachment davanti alla Santa Sede – è originata dal fatto che qualcuno abbia messo il naso su faccende secretate da sempre, scoperchiando il vaso di Pandora delle impudicizie commesse “with God on our side”: impeccabile dimostrazione di come in Italia si sia inclini a subire le ingerenze di uno staterello estero quando ci sono interessi enormi in ballo e della disinvoltura con cui eleviamo al rango di martiri i marò che hanno inopinatamente assassinato due pescatori. Due pesi e due misure.

Hartmut Rosa: Accelerazione e alienazione (Einaudi, 2015)

La società dromologica nella quale viviamo ci impone tempi sempre più serrati, ci costringe a un affanno costante, restituendoci la sensazione di una continua mancanza di tempo. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa, che si occupa di queste tematiche da diversi anni, compie un tentativo avvincente e in gran parte riuscito sul piano teoretico (ma con significativi accorgimenti metodologici) di riportare il problema dell’accelerazione entro il perimetro della teoria critica di ispirazione francofortese, facendo sponda su un concetto come quello di alienazione di chiara matrice marxista e quindi nel solco della formazione di Horkheimer, Adorno, Habermas, etc. In un afflato che si direbbe più di filosofia sociale che di sociologia, Rosa si domanda se si possa dire una vita buona (la εὐδαιμονία dei filosofi greci) quella che viene spesa nel’ossessione della velocità e della competizione. La risposta è abbastanza ovvia ma ciò che rileva nel libro è l’argomentazione fittissima a cui il professor Rosa ricorre.

Giuseppe Antonelli: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce (Mondadori, 2014)

leopardiIl titolo è una provocazione tutt’altro che priva di senso. In ossequio a un’immagine “austera e monumentale attribuita ai grandi personaggi del passato”, ci è quasi impossibile credere che Leopardi, nella sua corrispondenza, facesse ricorso così frequente a un turpiloquio composto da parole con la doppia zeta. È solo una delle tante sorprese che Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’università di Cassino nonché conduttore della fortunata trasmissione radiofonica La lingua batte, propone al lettore in questa agilissima antologia di riflessioni sulla lingua italiana e sui falsi miti che la affliggono. A cominciare dall’idea (infondata, sostiene l’autore) che l’italiano sia alla deriva e a proseguire con una divertentissima e sempre ottimamente documentata rassegna di osservazioni e curiosità che testimoniano l’andamento ondivago della lingua nazionale, la sua metamorfosi continua, l’impossibilità di ingabbiarla all’interno di regole fissate una volta per tutte. In questa raccolta gustosissima di aneddoti e riflessioni che poggiano con disinvoltura tanto su elementi colti quanto sulla cultura pop che tanto piace all’autore apprendiamo dunque che fino a tutti gli anni ’70 le grammatiche vietavano l’uso di “lui” e “lei” come soggetto, preferendo ad essi “egli” ed “ella”, termini che oggi appaiono desueti soprattutto nel parlato. Così come veniamo a sapere che alcune forme del congiuntivo come “dichi” e “venghi” non sono solo il frutto della comicità del ragionier Fantozzi, ma forme usate già dai padri della lingua (vadi era forma leopardiana, facci dantesca, venghi boccacciana). Il tono leggero ma mai superficiale torna a farsi accademico nelle occasioni in cui Antonelli chiosa a modo suo alcuni punti nodali come per esempio quello della punteggiatura, rispetto al quale ci ricorda che si è da tempo diffusa una “concezione ingenua della punteggiatura. Quella per cui l’interpunzione servirebbe a riproporre le pause del parlato e non – come invece è – a segnalare i legami tra le varie parti di un testo”. Ma allora: queste regole esistono o no? Il filo rosso del volume pubblicato da Mondadori contrappone costantemente la ragionevolezza delle regole con la necessità di non inamidare la lingua, lasciandola percorrere dalle suggestioni che provengono dalla società, dai passaggi delle mode (dal cioè al piuttosto che usato con funzione disgiuntiva), dalla radicale metamorfosi della funzione dei dialetti (oggi definitivamente sdoganati e non più indizio di inferiorità culturale), dall’influenza di neologismi e tecnologia. E, a proposito di tecnologia, alcune delle pagine più interessanti e divertenti sono quelle nelle quali si parla degli errori dei correttori ortografici, che finiscono inevitabilmente per segnalare il problema di chi debba correggere il correttore. Né meno divertenti sono le pagine in cui l’autore si fa beffa delle ridicolaggini di un certo purismo bacchettone – che nel Codice di autodisciplina della televisione vietò parole come vizio, membro e seno, persino in espressioni come in seno all’assemblea – o del fascismo, che nel suo tentativo di italianizzare parole come cocktail (diventato “arlecchino”) o sauté di cozze (trasformato in “sfritto”) venne turlupinato da Tullio De Mauro, il quale ipotizzò che la locuzione “Per Benito” non fosse altro che il participio passato del verbo perbenire (io perbenisco, tu perbenisci, ecc).

Serge Latouche – Usa e getta. Le follie del’obsolescenza programmata (2013, Bollati Boringhieri)

usa e getta latoucheNel film Prêt à jeter, di Cosima Dannoritzer, si vede un ragazzo alle prese con una stampante che non ne vuole sapere più di funzionare. Il tipo si rivolge a un centro assistenza autorizzato, dove gli rispondono che il costo della stampante nuova è praticamente lo stesso della riparazione. Il ragazzo è testardo: cerca in rete e scopre che il problema sta in un chip “messo appositamente nella macchina per farla bloccare dopo 18.000 copie”. Il ragazzo trova un software distribuito gratuitamente sul web da un internauta russo, che annulla il contacopie della stampante e la fa ripartire. È esattamente quello che è successo a me. Ed è un episodio analogo a un altro che mi è capitato di recente. Vado dall’elettrauto e gli domando: “Scusi, ma perché la prima automobile che ho posseduto non ha mai avuto bisogno che le cambiassi la batteria? Mi bastava rabboccare la stessa con l’acqua distillata…”. E lui: “Signore, ha visto che adesso le batterie, nell’alloggio dell’acqua distillata, sono tutte sigillate? Si è mai domandato perché?”. Ecco. Questi due episodi sono esemplificativi di cosa sia l’obsolescenza programmata, ossia l’accorciamento del ciclo di vita dei prodotti, argomento centrale di questo libro snello ma densissimo e formidabile di Serge Latouche, guru della decrescita e tra i massimi sostenitori al mondo della necessità di invertire la continua sbornia di consumi che andiamo facendo da oltre un secolo a questa parte.

Antonio Polito – Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli (Rizzoli, 2012)

“Con l’eccezione dei rampolli della dinastia Ming e di quelli dell’aristocrazia nella Francia prerivoluzionaria, i nostri figli sono i più viziati della storia dell’umanità”. Si apre con questa lapidaria affermazione della giornalista Elizabeth Kolbert il volume, parzialmente autoaccusatorio, di un altro giornalista, Antonio Polito, classe 1956, che alla sua generazione di padri (ma anche di madri) attribuisce la colpa di essere stata del tutto incapace di crescere adeguatamente i propri figli. Le ragioni storiche e culturali che hanno permesso questo primato in negativo vanno cercate lungo quattro direzioni di analisi: 1) il diritto al benessere, secondo cui la sua (la nostra) generazione ha trasmesso ai figli l’idea che ogni generazione avrebbe potuto godere di una prosperità maggiore di quella successiva; 2) il ruolo della contraccezione, che ha permesso di mettere al mondo soltanto figli desiderati (in concomitanza, aggiungo io, alla flessione della natalità, per cui si è trattato spesso anche di figli unici); 3) il ruolo giocato dalle filosofie consolatorie, tale per cui, a cominciare da Freud, sono state gettate le basi per una riduzione dell’etica alla psicologia (tradotto: aggredisce, ruba, stupra, va male a scuola, si droga perché papà lo trascurato); 4) il ruolo del darwinismo (a mio avviso l’argomento più debole), il quale spiegherebbe “tutti i comportamenti umani come conseguenze inevitabili della storia evolutiva della specie, e non come scelte più o meno consapevoli degli individui” (p. 27).