Dario Brunori: dai castelli di sabbia a un mondo che fa paura

Quando hai un esame all’università e sei l’ultimo dell’appello dicono che sei penalizzato, che c’è stanchezza da entrambe le parti. Stamattina nell’Aula Magna del Rettorato è arrivata la smentita. A darla, un allegro Dario Brunori, arrivato a La Sapienza ancor prima degli studenti per le prove dell’ultima tappa di “All’università tutto bene”.
Sono le 10:15 circa, gli studenti fremono mentre aspettano l’apertura delle porte. C’è chi, in fondo alla fila, è preoccupato perché non sa se riuscirà a entrare, chi invece si chiede chi sia questo “famoso” cantante calabrese e poi ci sono i seguaci dai tempi della sua nascita.
Alle 11 esatte è tutto pronto, eccolo che sale sul palco, accolto da un fortissimo e prolungato applauso. Dopo saluti e ringraziamenti, si accomoda sul divano di “casa Sapienza” insieme a Emiliano Colasanti, cofondatore della 42 Records e Vera Vecchiarelli, ricercatrice in Musicologia.
Il titolo del suo ultimo album “A casa tutto bene” descrive alla perfezione l’atmosfera che si è creata subito in sala. C’è calore, allegria, spensieratezza. C’è l’artista che scherza e la platea ipnotizzata dalle sue parole. Il luogo istituzionale è scomparso, è diventato il salotto di casa di ognuno dei presenti.
Al perché abbia scelto proprio le università per presentare il disco, piuttosto che le librerie come tutti i suoi colleghi, Dario risponde ironicamente che “è ovviamente a scopo di lucro!”. Poi diventa più serio e aggiunge che lo ha fatto per ringraziare i ragazzi, visto che proprio loro, lo hanno sempre seguito fin dagli esordi e “poi mi piaceva l’idea di creare un clima diverso” e diretto con gli studenti.
Dai tempi delle prime canzoni strimpellate alla chitarra, Dario Brunori è cresciuto artisticamente, ha cambiato stile. Tra una confessione e l’altra ha detto che inizialmente quando lo definivano un cantautore o lo paragonavano ai grandi della musica italiana, non sapeva che dire, perché non li conosceva nemmeno. Poi si è messo a “studiarli” e se n’è innamorato. Adesso non si imbarazza più a dire che il suo album “è stato condizionato molto da Dalla”, perché ammette “non ci metto molto a lasciarmi condizionare da ciò che mi piace, ma ho provato a fare qualcosa di più contemporaneo musicalmente”. Non gli viene facile esternare le emozioni, riesce a farlo solo con la musica. Gli piace disporre ogni cosa su tre livelli: pancia, cuore e razionalità. Lo ha fatto anche con i testi delle sue canzoni: alcune più di pancia, come “Diego e io” o “Sabato bestiale”; qualcuna che va più verso il cuore e altre più razionali, ma tutte con lo “scopo” di descrivere ciò che aveva dentro, perché “a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei”. È stato proprio “Canzone contro la paura” il primo regalo che ha fatto agli studenti, accompagnandosi alla chitarra.
Qualcuno dal pubblico gli ha chiesto com’è nata la sua prima canzone: era “L’imprenditore”. Rispondendo alla domanda, ha raccontato un po’ la sua storia: era a Siena, fuori sede come tanti altri pure lui, e suonava in una band. Quando suo padre è morto, ha deciso di tornare in Calabria, un po’ per quello che era successo, un po’ perché era l’unico dei figli “a fare un lavoro indegno”. È entrato nella ditta di famiglia e si è ritrovato dal voler fare musica a lavorare in mezzo a mattoni e cemento, a fare proprio l’imprenditore. È nata così la sua prima canzone: dopo una giornata di duro lavoro, ha scritto ciò che provava in un periodo per lui difficile. Quando Matteo Zanobini, suo attuale produttore, gli ha detto che non era male, nemmeno ci credeva. Ironizzò anche in quel caso. Invece quell’imprenditore col tempo ha realizzato il suo sogno. La ditta di famiglia è rimasta, il suo gruppo infatti si chiama “Brunori SAS” e a suo modo l’ha resa il suo lavoro. Probabilmente perché come canta ne “La verità”, ci sono quelle quattro o cinque cose a cui non si sa rinunciare, perché fa paura.
Con questo album che parla proprio della paura, però, si può dire che Dario l’ha sconfitta. È uscito di “casa” e ha iniziato camminare in un mondo più grande, che lo ha quasi stravolto. Quasi, perché nonostante l’uragano improvviso, non ha perso l’innocenza di quel bambino che a Guardia Piemontese, negli anni ’80, “fabbricava castelli di sabbia” in riva al mare.

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