Fuga dal manicheismo: fake news, post-truth o giornalismo?

Da diversi mesi a questa parte, praticamente non passa giorno senza che numerosi protagonisti del dibattito pubblico (politico e non solo, italiano e non solo) si accusino vicendevolmente di voler condizionare l’opinione pubblica attraverso il ricorso strumentale a fake news, ovvero notizie/non-notizie costruite ad arte sulla base di fatti non veri, incompleti o strumentalmente interpretati, e riguardo ai quali vige il presupposto che sia l’autore, sia chi ne fa uso e contribuisce a diffonderli, siano pienamente consapevoli di ciò. Queste notizie/non-notizie possono essere veicolate sia attraverso i news media del giornalismo mainstream come stampa e televisione (e in questo caso l’accusa di manipolazione proviene tendenzialmente da quella parte di opinione pubblica che si considera “antisistema”) sia attraverso contenuti che nascono e soprattutto si diffondono via web e social network sites, ospitati da pagine e/o all’occorrenza testate (o testate/non-testate) che scimmiottano, a volte anche nel nome stesso, i news media tradizionali.

Un punto in comune della quasi-totalità di queste fake news, che rappresenta inoltre la principale differenza che intercorre tra esse e la cattiva informazione o disinformazione (e che spiega quindi anche la rilevanza del fenomeno stesso), è il richiamo alla post-verità, o per meglio dire a contenuti di post-verità – è infatti a mio avviso opportuno ricordare e sottolineare che il termine “post-truth“, che Oxford Dictionaries ha eletto parola dell’anno 2016 catapultandolo così al centro del dibattito pubblico, è da considerarsi in inglese come un aggettivo. In altre parole, se un contenuto “riferisce, o denota, circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica di quanto non lo siano appelli all’emozione e alle credenze personali” (come recita la definizione), allora, con una forzatura lessicale in lingua italiana, possiamo dire che questo contenuto è post-verità. Un concetto che, in quanto tale, è noto e studiato da decenni nella comunicazione e anche nel giornalismo (si tratta sostanzialmente di un approccio market alle notizie), ma che ha recentemente assunto una centralità che prima non aveva, sia per la facilità con la quale contenuti post-truth possono essere creati e diffusi da chiunque, sia per come l’incrocio (il “combinato disposto”, in termini giuridici/politologici) tra post-truth e fake news in determinate chiavi di lettura prende la forma di una gigantesca, strutturale e pianificata manipolazione di massa.

Il ruolo del giornalismo è ovviamente parte integrante del dibattito stesso, e rappresenta più del mero contesto nel quale si dipana il fenomeno. In particolare, il giornalismo viene percepito come esso stesso una fonte di fake news, soprattutto da quella parte di opinione pubblica (e le sue diramazioni politiche) che accusa il sistema dell’informazione di occultare determinati fatti e di metterne in evidenza altri in modo da favorire il cosiddetto establishment; in alternativa, come il fondamentale antidoto alle fake news stesse, dal momento che il giornalista è precisamente il professionista incaricato di verificare i fatti e, quindi, all’occorrenza, di sminare la bomba innescata dalla notizia/non-notizia.

In entrambi i casi, a mio avviso, c’è un grande assente all’interno del dibattito pubblico, ovvero il giornalismo inteso nel complesso del suo ruolo sociale. Nel primo caso, infatti, il giornalismo è considerato pienamente al soldo dei proverbiali “poteri forti”, che lo foraggiano unicamente per portare avanti i propri interessi, ovviamente biechi, ed è quindi a tutti gli effetti un non-giornalismo; ma anche nel secondo caso, il ruolo sociale del giornalismo appare decisamente limitato, e si riduce al solo ed esclusivo compito della verifica: come se al giornalista fosse richiesto unicamente di validare (o invalidare), di applicare un ipotetico bollino “Verità” o “Falsità” sopra ogni singolo contenuto prodotto da altri – non solo dal sistema politico, economico, giudiziario, sportivo ecc., ma anche da qualunque singolo utente in grado di far assurgere un proprio contenuto a un sufficiente livello di rilevanza.

Il depauperamento della professionalità giornalistica appare evidente. Di fatto, il giornalista sarebbe unicamente un “fact checker dell’attualità”, chiamato non a comprendere e poi spiegare ciò che accade, ma unicamente a certificare se ciò che viene detto dal politico A, l’intellettuale B, l’economista C, lo scienziato D, l’attivista E (e si potrebbe continuare per tutto l’alfabeto) sia vero o non vero. Una bipartizione tassativa e manichea dell’attualità, che non a caso rispecchia molto bene anche l’atteggiamento ormai dominante verso tematiche e persone in seno al dibattito pubblico, riguardo alle quali si può (rectius: si deve) essere a favore o contro, e se si è a favore lo si è al 100% e si è automaticamente al 100% contro tutto il resto. Una polarizzazione manichea, come è stato già analizzato in letteratura, che corrisponde a una forma di refendarizzazione del dibattito (per la quale, riguardo a qualunque cosa, si può scegliere solo “sì” o “no”) per la quale un ruolo determinante è svolto dai social network sites.

In questo frangente, per cercare di spiegarmi meglio, avrei voluto ricorrere a un esempio concreto, tra i tanti offerti dall’attualità degli ultimi mesi. Per ogni evento preso in considerazione (decisioni politiche italiane oppure estere, fenomeni internazionali strettamente legati all’integralismo religioso, questioni di politica europea con risvolti umanitari, tematiche etiche con approcci legati alla fede, messe in discussione ideologiche di risultati scientifici, costruzioni di impianti sportivi, finanche valutazioni del grado di libertà di stampa di un paese fatta da apposite ONG), non potevo tuttavia non osservare che, nel contesto estremizzato, polarizzato e refendarizzato nel quale ci troviamo, avrei dovuto accompagnarlo con una lunga lista di premesse sulla mia posizione in materia e sulla mia inevitabilmente scarsa competenza professionale su quegli argomenti, nonché, e forse soprattutto, sul fatto che la mia fosse esclusivamente una riflessione scientifica sull’atteggiamento tenuto dai giornalisti riguardo alla tematica, e non sulla tematica in sé.

Mi sono quindi trovato in una impasse. Una impasse, tuttavia, che mi offre l’occasione di una “meta-esemplificazione”. Non riuscire a trovare un esempio che ponga al riparo dalla tendenza a etichettare e refendarizzare il dibattito appare comprensibile per un semplice studioso di sociologia della comunicazione (a meno che ovviamente l’esempio non avesse riguardato strettamente proprio quell’ambito). Tuttavia, se in questa impasse cadesse (o continuasse a cadere) anche il giornalista, che quindi rinunciasse ad approfondire una tematica per timore – o intenzione – di risultare schierato da una parte o dall’altra, le conseguenze sociali sarebbero ben diverse. Non solo perché la tendenza a fake news e post-verità verrebbe di fatto avallata anche dal professionista teoricamente preposto a opporvisi, ma anche e soprattutto perché risulterebbero prosciugate anche le sorgenti cui qualunque cittadino attinge non per scegliere la parte dalla quale schierarsi, ma piuttosto per farsi la propria opinione cosciente e, all’occorrenza, critica nei confronti di tali eventi.

Il punto nodale della questione risiede nella lettura che viene fatta di un termine chiave, ricorrente e centrale in seno a questo dibattito, vale a dire il termine verità. Si tratta, com’è ovvio, di un concetto fondamentale in innumerevoli ambiti, dalla teologia alla filosofia, dall’epistemologia alla semiotica, ma in ambito giornalistico assume un significato specifico che non può che rivestire un ruolo centrale in una problematica ancorata proprio ai concetti di falsità (fake news) e verità (post-truth). Un significato che, tuttavia, emerge raramente (approssimando per eccesso), e non può stupire dal momento che le persone chiamate a contribuire al dibattito a livello mainstream, pur essendo il fior fiore di intellettuali, professionisti ed esperti nei numerosi ambiti collegati a questa tematica, quasi mai si sono occupati specificamente di studi sul giornalismo. Con l’inevitabile risultato di avere un repertorio vasto e sfaccettato delle conseguenze e delle chiavi di lettura di fake news e post-verità, ma una profonda carenza di letture analitiche sulla natura e sulle cause di questi fenomeni.

Su cosa sia la verità la filosofia dibatte da secoli, se non millenni: semplificando enormemente (fin dall’assimilazione del concetto di verità dei fatti con quello di realtà), potremmo dire che da un lato vi è la lettura secondo la quale la verità è data da ciò che siamo in grado di capire e concepire, dall’altro la visione per la quale la verità non esiste, proprio perché essa non può che risultare inficiata dalla percezione degli eventi in base alle proprie esperienze, opinioni, contingenze ecc.. In ambito giornalistico, tale dicotomia si ritrova in maniera quasi perfetta nel dibattito sull’obiettività, che in Italia nel corso dei decenni (a partire dal secondo dopoguerra) è stata trattata alla stregua di un mito, un ideale irraggiungibile, se non addirittura di una truffa, e poi progressivamente (grazie anche al contributo del recentemente scomparso Piero Ottone) si è affermata come uno dei compiti precipui del giornalista.

A latere rispetto al dibattito teorico, filosofico e all’occorrenza teologico, la straordinaria rilevanza del concetto di verità nel giornalismo (non dimentichiamo che, nell’etica giornalistica, il valore “supremo” è proprio la ricerca della verità) fa sì che negli studi che lo riguardano sia maturata l’esigenza di una definizione “operativa” della verità. Una definizione che, almeno in Italia, viene fornita nel 1984 dalla Corte di Cassazione attraverso la cosiddetta “sentenza-decalogo”, che stabilisce che la verità putativa o giornalistica corrisponde alla verità alla quale giunge il giornalista dopo aver svolto i suoi compiti precipui di verifica e di interpretazione dei fatti attraverso gli strumenti culturali e metodologici di cui è in possesso; come tale, essa “non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato. La verità non è più tale se è ‘mezza verità’ (o comunque, verità incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi per la più chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più facile possibilità di difesa) che comporta, rispettivamente, riferire o sentire riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto che un fatto vero sì, ma incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve essere, pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa”.

L’importanza di questo concetto di verità applicato al dibattito su fake news e post-truth emerge in maniera palese: chiunque è in grado di individuare innumerevoli esempi nel corso degli scorsi mesi (ma tale è la quotidianità di questo fenomeno che probabilmente potrei dire persino “nelle scorse ore”) di eventi la cui ricostruzione, pur avvenendo attraverso fatti realmente avvenuti, sia risultata poi inquinata dall’occultamento di altri fatti altrettanto veri, che avrebbero contribuito a modificare notevolmente l’interpretazione dell’intero evento.

Come può, quindi, il giornalista rispondere a livello professionale alla sfida che gli viene posta dal “combinato disposto” di fake news e post-truth? Innanzi tutto, è fondamentale che ricordi e rivendichi non solo il (pur essenziale) compito di verifica, ma anche i compiti di selezione, gerarchizzazione e commento delle notizie, nonché (e forse soprattutto) quelli di contestualizzazione e interpretazione. Il giornalista non può e non deve accettare il ridimensionamento a “fact checker”, perché esso si traduce in una pura subalternità rispetto ai produttori di eventi: così facendo, infatti, al giornalista rimarrebbe solo da applicare un bollino di verità a fatti e soprattutto notizie prodotte da chi, per un motivo o per un altro, è un (legittimo, sia ben chiaro) portatore di interessi.

Il suo ruolo sociale, invece, consiste anche e soprattutto in un compito di analisi, comprensione e infine restituzione al pubblico del complesso di un evento: non solo affermare che alcune parti di questo evento sono realmente avvenute, ma ricostruire nel modo più accurato, obiettivo e responsabile la totalità di ciò che è accaduto, e in che modo ciò si inserisce in un determinato contesto, in che modo quest’ultimo è rilevante per il pubblico e si ricollega ad altri contesti.

Come conseguenza, è fondamentale anche che il giornalista ricordi e rivendichi l’importanza del proprio approccio professionale obiettivo (ovvero tendente alla verità) a prescindere dalla tematica che esso va a toccare. Nel momento, infatti, in cui i contesti di post-verità chiamano sempre più in causa la dimensione emotiva del pubblico, e che tale emotività si declina nell’esistenza di due soli approcci a ogni tematica, quello “pro” e quello “contro”, al giornalista più che a chiunque altro è richiesto di non cadere in questo tranello esiziale.

Nonostante la direzione che fake news e post-truth rispecchiano e imprimono al dibattito pubblico, è strutturalmente rarissimo che un fenomeno complesso possa essere catalogato come giusto o sbagliato in senso assoluto, al punto da non necessitare un’analisi approfondita delle sue cause e delle sue declinazioni. Nel momento stesso in cui un giornalista rinuncia ad approfondire una tematica, volente o nolente rischia di schierarsi da una parte o dall’altra delle barricate ideologiche che, in contesto di fake news e di post-truth, vengono a crearsi riguardo a un’innumerevole quantità di tematiche.

La sfida posta da fake news e post-truth al giornalismo, quindi, deve innanzi tutto essere raccolta. Nel momento in cui sempre più spesso si punta a mettere in discussione qualunque cosa in modo che ciò sia funzionale al perseguimento di un determinato interesse, il dovere del giornalismo – ovvero ciò che rappresenta l’interesse esclusivo del cittadino –  non può e non deve consistere nel rifiuto di tale messa in discussione: si tratterebbe anzi della negazione più pura dei tradizionali valori etici e deontologici del giornalismo liberale. Al contrario, al giornalista è richiesto di mettere in discussione, come e più dei portatori di interessi che soffiano sul fuoco delle fake news e della post-verità. Ma la messa in discussione da parte del giornalista deve essere eticamente orientata: deve svolgersi con competenza, accuratezza, completezza, obiettività, e soprattutto con un profondo e crescente senso di responsabilità.

 

Lorenzo Ugolini

Lorenzo Ugolini

Dottore di Ricerca at -
Assegnista di ricerca presso il Coris, i miei studi si concentrano sul giornalismo (in particolare sportivo e politico) e sulla pubblicità, con un occhio di riguardo alle loro evoluzioni legate al web.
Lorenzo Ugolini

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