La costruzione delle migrazioni come “problema” sociale e di comunicazione: un’analisi dei programmi extra-tg di Rete4

I flussi migratori hanno posto una grande sfida al sistema informativo, tuttavia narrazioni spesso stereotipate e appiattite sull’emergenza contribuiscono a costruire l’idea che l’immigrazione sia innanzitutto un problema sociale. A tal proposito la televisione ha giocato un ruolo primario, facendo del “tema immigrazione” uno degli argomenti principali dei propri palinsesti. Secondo il Rapporto annuale Carta di Roma 2016 Notizie oltre i muri nell’ultimo anno il numero e il tono delle notizie sull’immigrazione hanno subito un ridimensionamento da parte di tutti i tg serali: sono in generale le reti Mediaset, in particolare il Tg4, a porre ancora l’accento sui temi della criminalità e della sicurezza, tre volte in più rispetto alle reti Rai e La7. In controtendenza appare invece la situazione nelle altre finestre informative.

Alla luce di questi dati, il seguente lavoro ha avuto l’obiettivo di analizzare quanto e come l’immigrazione sia un tema consolidato all’interno dell’agenda di Rete4 in cui il modello televisivo privilegiato, soprattutto dal subentro alla direzione di Sebastiano Lombardi, è quello dei cosiddetti programmi di approfondimento legati al concetto dello “stare in mezzo alla gente” e che affidano ai conduttori la creazione di un rapporto diretto con i telespettatori.

Nell’ultima stagione 2016/2017, sono quattro i contenitori extra-tg proposti dal palinsesto della rete nella fascia oraria più seguita dal pubblico[1]: Dalla vostra parte, trasmesso dal lunedì al venerdì nell’access prime time, Terra!, il lunedì in seconda serata, Quinta Colonna e Quarto Grado, entrambi in fascia prime time ma di lunedì il primo, di venerdì e domenica il secondo. È importante segnalare che dal 10 giugno Dalla vostra parte è stato interrotto bruscamente (la pausa estiva era prevista per il 29 luglio) e sostituito con Dalla vostra parte – Le storie: un programma totalmente nuovo, condotto solo dal giornalista Vinonuovo e che rinuncia alla politica e alle piazze per concentrarsi sulla cronaca.

Per procedere con l’analisi si è pensato di prendere come campione una settimana di programmazione casuale, da lunedì 8 a domenica 14 maggio 2017, in cui sono state trasmesse regolarmente le puntate dei quattro programmi di approfondimento. Delle dieci puntate messe in onda, ne sono state selezionate e analizzate otto, scelte sulla base del criterio oggettivo della presenza e/o riferimento al tema immigrazione: assente nelle due puntate del programma Quarto Grado, risulta invece presente in tutti e tre gli altri contenitori extra-tg.

Per far emergere come il tema sia stato trattato all’interno di questi programmi, valutandone le opportune differenze, si è scelto di adottare un tipo di analisi volto a privilegiare l’aspetto qualitativo. Con l’ausilio di una griglia interpretativa, sono stati raccolti i dati su caratteristiche, contenuti, protagonisti di discorso, soggetti interpellati e, infine, stili di tematizzazione del fenomeno migratorio, con qualche attenzione all’impatto di racconti stereotipati. Lo scopo è stato quello di far emergere, seppur con un campionamento casuale, il trend dei comportamenti informativi, senza far riferimento a particolari eventi/emergenze nel racconto mediale delle migrazioni.

“Dalla vostra parte”

Condotto dall’ex direttore di Libero Maurizio Belpietro dal lunedì al venerdì, a partire dal 25 febbraio 2017 il programma viene trasmesso anche il sabato con la conduzione di Marcello Vinonuovo. L’idea di fondo è quella di dare voce alle piazze e ai “problemi della gente”. Crisi economica, periferie e immigrazione rappresentano il nucleo centrale attorno al quale ruotano i 40 minuti di trasmissione: servizi giornalistici, collegamenti con gli ospiti e con le piazze di cittadini presidiate da un inviato sono tenuti insieme dalla forte personalità del conduttore. Un elemento particolare della trasmissione è la sigla: una canzone di Gaber che recita “E allora dai, le cose giuste tu le sai, e allora dai, e allora dai, dimmi perché tu non le fai”, quasi a costruire un manifesto di sincerità verso i telespettatori, rafforzando un legame già realizzato dallo stesso titolo “Dalla vostra parte”.

La mappa tematica

Il tema immigrazione

Dalla rilevazione è emerso che in tre puntate su sei si parla di immigrazione. Nelle puntate in onda nei giorni 8, 9 e 12 maggio non sono presenti argomenti direttamente ricollegabili al “tema immigrazione”, anche se i casi di cronaca trattati lo lasciano implicitamente sullo sfondo. Ad esempio la discussione sulla legittima difesa, di cui si parla l’8 maggio, prende il via dalla situazione di Mario Cattaneo, il ristoratore di Lodi accusato di aver ucciso un ladro romeno. Così nei collegamenti con le piazze non mancano espressioni di malcontento da parte della cittadinanza verso la presenza di “extracomunitari” sul territorio, come la signora dalla Piazza di S.Croce sull’Arno che afferma “tra extracomunitari e furti non ne possiamo più”. Ancora nella puntata del 9 maggio, dedicata ai vaccini, un’altra cittadina da Piazza Monfalcone fa riferimento alla pericolosità delle malattie portate “dall’andirivieni di persone” in Italia e in quella del 12 in un servizio “Trappole per topi” si fa riferimento al business degli alloggi di Molino, ricercato a Torino, per aver preso soldi dallo Stato per affittare case inagibili a rom e migranti, arrivando anche a sfrattare gli italiani.

Sempre sul tema della legittima difesa la puntata del 10 maggio dal titolo “Lo Stato si arrende, il sindaco spara” che, nella seconda parte della trasmissione, si trasforma in un’inchiesta sull’emergenza immigrazione a Milano. La “visita” dell’inviato alla stazione, a una settimana dal blitz della polizia, si trasforma in una situazione pericolosa, dai toni cupi e preoccupati, in cui ci sono tanti migranti che dormono alla stazione e si rivolgono in maniera arrabbiata nei confronti della telecamera. Il titolo del servizio è allarmante “Milano stazione da paura (come prima)” perché nonostante molti siano stati portati in questura dalla polizia, la piazza “è ancora in mano agli immigrati” e, secondo gli intervistati, è tutta gente sbandata, tanto che la telecamera inquadra persone di colore che versano vino e spacciano.

“17 anni, violentata dal profugo. Trieste: nessuno ha fermato quella belva” è invece il titolo del servizio in onda giovedì 11 che, dopo la narrazione del fatto di cronaca, si perde in un’analisi del territorio triestino incentrata sulla mancanza di sicurezza e di controllo, come afferma lo stesso inviato “Questa è terra di nessuno, gli immigrati, molti irregolari, sono liberi di fare ciò che vogliono, tanto da mettere paura anche chi alla stazione ci lavora”. La macchina da presa si muove poi all’interno di sottopassaggi abbandonati, informando il telespettatore che sono molti i luoghi come questo, dove si nascondono gli immigrati che, indisturbati, scavalcano cancelli e barriere di accesso. “Spero sempre cambi qualcosa, ma qua…non cambia niente” queste parole, pronunciate da una giovane ragazza chiudono il servizio.

Infine nella puntata del 13 maggio, condotta da Vinonuovo, dal titolo “Criminali ovunque, abbiamo paura”, argomento della discussione è la presenza di una fabbrica abbandonata occupata dai migranti. Il servizio è sempre realizzato in diretta, drammatizzando il buio, all’interno di quella che la didascalia definisce “La fabbrica dei banditi di Roma” un covo da cui provengono tutti i criminali, come “rivela” l’intervista a un cittadino nella copertina della trasmissione, posto a testimone “necessario e sufficiente” per “provare” i fatti.

La spettacolarizzazione dell’informazione

I collegamenti con le piazze sono condotti da giornalisti che raccolgono storie da parte di cittadini, previamente selezionati e che intervengono in maniera pressante alle loro spalle. Quello che colpisce è che questi stessi giornalisti sono privati della loro stessa funzione, in quanto è in realtà  il conduttore a scegliere di dare o togliere la parola a chi interviene e spesso a prevalere è chi “grida” più forte. I servizi sono invece realizzati attraverso l’uso di uno storytelling ansiogeno, soprattutto le dirette quando ormai scende la sera, che aggiunge dettagli superflui all’informazione, caricandola di significati sempre nuovi, spesso non ravvisabili nelle immagini. Il tono di allerta adoperato in servizi come quello alla stazione o alla fabbrica abbandonata alimenta nel telespettatore un immaginario apocalittico che certo non favorisce la riflessione.

Il ruolo degli ospiti e dei collegamenti

Il clima di spettacolo viene creato anche dai frequenti litigi tra ospiti, che animano la trasmissione con posizioni molto estreme rispetto agli argomenti trattati. Anche in questo caso è il conduttore a concedere il diritto di parola e non sempre in modo bilanciato tra i due “contendenti”. All’interno delle puntate analizzate troviamo due casi di presenza in studio, accanto al conduttore, di un cittadino vittima di rapina (l’8 maggio a proposito della legittima difesa) e un virologo (il 9 maggio a proposito dei vaccini), nelle altre gli ospiti sono in collegamento con il conduttore e sono tendenzialmente politici. In una settimana di rilevazione i rappresentanti più invitati appartengono al Partito Democratico (5 volte), Forza Italia (4 volte) e Lega Nord (2 volte). Le altre categorie rappresentate (mediatori culturali, giornalisti, personaggi dello spettacolo) sono coinvolti molto più raramente.

Lo sfruttamento televisivo dell’immigrazione

Una presenza politica così massiccia finisce col condizionare in parte l’andamento del dibattito: i diritti degli italiani vengono infatti spesso chiamati in causa in servizi riguardanti l’immigrazione che diventa “il problema”. La Santanché, nella puntata del 10 maggio (00.17) chiede: “il problema è se in questo Paese il sindaco si arma o importiamo delinquenti?” e prosegue “5 miliardi spendiamo per 5.000 clandestini… migranti economici…perché poi non sappiamo che quelli che scappano dalla guerra sono una percentuale bassissima, (mentre) il governo non mette soldi per i nostri poveri”.

L’incidenza dei racconti stereotipati

Titoli, sottotitoli e musiche costruiscono servizi pervasi di stereotipi, volti a produrre effetti di distorsione. Titoli come “nessuno ha fermato quella belva”, “Lo Stato si arrende, il sindaco spara” oppure “Criminali ovunque, abbiamo paura”, delineano il ritratto di un’Italia senza controllo, in balìa degli eventi e dei criminali. Le trasmissioni analizzate scelgono un tipo di posizione che privilegia l’iniziativa del privato e pone in dubbio la competenza del governo su temi così delicati per l’interesse pubblico. In nessuna di queste puntate il conduttore smentisce, approfondisce, piuttosto dà il proprio consenso e passa oltre, appoggiando la strumentalizzazione politica delle vicende. L’unica eccezione è rappresentata dalla puntata del 10 maggio, in cui Belpietro interviene a interrompere una discussione animata dalla Santanché sul fatto che “nel nostro Paese importiamo delinquenti”, senza però dire nulla sulla parola “clandestini”.

L’impatto dello stile comunicativo del conduttore

Tutt’altro che imparziale, Belpietro modera il dibattito con interventi mirati a privilegiare determinate posizioni e argomenti. Partecipe ai problemi delle persone intervistate, a cui si approccia con “certo”, più volte ripetuti, o con sorrisi appena accennati, si dimostra invece pungente con i politici che provano a esprimere pareri contrari. La gestualità è quella di chi ha autorevolezza, molto impostata,  e di chi cerca di riportare tutte le incertezze a una dimensione di sicurezza: lo si evince dal modo in cui, spesso, per riportare l’attenzione dagli ospiti in studio sistema i fogli della scaletta dando un colpo sul tavolo o ancora quando decide chi deve parlare e chi no, muovendo semplicemente il braccio per dare il proprio assenso o far passare il testimone. Il pubblico della piazza e gli ospiti interagiscono fino a quando è lui a deciderlo, proponendo una trasmissione ispirata a un’esasperata personalizzazione, del resto non estranea allo stile della Rete.

Quinta Colonna”

Condotto da Paolo Del Debbio, il programma ogni lunedì pone al proprio centro le questioni di attualità della settimana, invitando ospiti in studio e proponendo diversi collegamenti esterni con giornalisti e piazze di cittadini. Nonostante la presenza degli ospiti, il focus è sui “problemi” individuati di volta in volta come motivo di dibattito acceso tra i cittadini. Case popolari, imprenditori strozzati dalle tasse, quartieri abbandonati, campi rom, prostituzione e sprechi della politica gli argomenti prediletti da un conduttore che diventa interprete del malcontento popolare, della richiesta dei cittadini di controllo e sicurezza alle istituzioni, fungendo anche da agenzia di collocamento tra persone in cerca di lavoro e aziende.

La mappa tematica

Il tema immigrazione

Nella puntata trasmessa lunedì 8 maggio alle 21,15 sono due i servizi riguardanti l’immigrazione in Italia: il primo a introduzione della puntata, con un’intervista a Luigi De Maio (M5s) e un servizio dove viene trattato anche il caso dei rapporti tra ONG e scafisti, e il secondo dal titolo “Sicurezza: parla l’autista di un bus di Milano” incentrato sulla legittima difesa.  Durante l’anteprima della trasmissione Di Maio dice “Non è salvataggio, ma traghettamento e avere dei taxi del mare”, mentre nel servizio “Barconi, profughi e organizzazioni umanitarie” alle immagini dei salvataggi in mare si alternano le immagini girate da Matteo Salvini all’interno del Cara di Mineo. Nel secondo servizio l’autista, di spalle e incappucciato per non farsi riconoscere, racconta alla telecamera il pericolo di due linee di autobus milanesi chiamate anche “linea araba” perché si tratta di “un dormitorio viaggiante” dove “sono tutti stranieri. Il 90% sono extracomunitari e dato che fanno spesso uso di alcol e tutto, sono anche molto pericolosi. Una volta alla stazione centrale mi capitò che…c’è stata una rissa a bordo e sono rimasto lì per 10 minuti perché mi bloccavano le porte e non mi facevano uscire. Ti racconto un’altra cosa: un tentativo di stupro a una ragazza. Erano le due del pomeriggio, erano tre algerini che hanno tentato di…di toccarla, di farla e io sono riuscito fortunatamente a…subito, diretto andai vicino a loro e dissi: “Ragazzi, no!”. Addirittura durante una rissa nel turno di notte si sono spaccati le bottiglie in faccia, hanno spaccato porte, i vetri della filovia…un altro collega di notte stava lì, guidando per conto proprio, questo ha aperto la porta e gli ha tirato un pugno in faccia”. A questo punto la risposta alla domanda della giornalista “Hai mai pensato di chiedere un cambio di regolamento per poter viaggiare con un’arma, un mezzo di difesa?” si ricollega direttamente alla pericolosità dei migranti contro cui è necessario difendersi.

La spettacolarizzazione dell’informazione

Anche in questa trasmissione i collegamenti con le piazze sono condotti da giornalisti che raccolgono storie da parte di cittadini previamente selezionati e che intervengono in maniera pressante alle loro spalle. A decidere a chi dare o togliere la parola è sempre il conduttore. Nel caso della legittima difesa, il collegamento con la piazza chiama in causa esclusivamente donne, compreso il sindaco, soggetti tendenzialmente più fragili e per questo più preoccupati, che lo Stato non tutela.

Il ruolo degli ospiti, del pubblico e dei collegamenti

Il pubblico fa da contorno attivo alla trasmissione, applaude alle battute del conduttore e alle manifestazioni di dissenso degli ospiti più forti, incoraggiando l’innalzamento dei toni polemici. L’intervista a Di Maio ha toni provocatori “mettiamo un traghetto Tripoli – Trapani ed è molto più efficace di ONG che dicono di salvare persone in mare”, gettando l’ombra che stiamo pagando caro il prezzo dell’insicurezza, anche a causa dei pochi rimpatri. Gli ospiti invitati a commentare il servizio sulla legittima difesa sono esponenti politici (Pd e Lega Nord), persone di spettacolo come Alba Parietti e giornalisti. Sono frequenti i litigi tra ospiti, messi a tacere dal conduttore che dà sempre la precedenza alla storia del cittadino che viene invitato in studio.

Lo sfruttamento televisivo dell’immigrazione

L’intervento iniziale di Di Maio si concentra esclusivamente sul tema del business illegale prodotto dai flussi migratori nel nostro Paese, sulla correttezza delle ONG e sulla disparità numerica dell’accoglienza italiana rispetto agli altri Paesi europei. Al contrario, il servizio riguardante la legittima difesa, con l’intervista all’autista di autobus preoccupato dalla presenza di immigrati violenti, non genera alcun tipo di discussione sull’immigrazione da parte degli ospiti presenti in studio.

L’incidenza dei racconti stereotipati

Prima e durante l’intervista a Di Maio vengono proiettate una serie di immagini degli sbarchi su un grande schermo alle spalle del conduttore. Si parla di ONG e di “taxi del mare”, l’immagine si appiattisce sulla sola dimensione dell’arrivo e, nel servizio iniziale, si alterna alle dichiarazioni di Zuccaro e a quelle della visita di Salvini al Cara di Mineo.  Le proiezioni rendono quindi concreto il discorso sull’illegalità portato avanti dal rappresentante del M5s. Il servizio con l’intervista all’autista, invece, definisce la comunità araba come pericolosa e violenta, dedita all’alcol e come una minaccia alla sicurezza anche dei lavoratori, producendo un racconto inevitabilmente stereotipato.

L’impatto dello stile comunicativo del conduttore

Il conduttore è colui che solleva i problemi del Paese e trova la soluzione, in diretta. Del Debbio gestisce un’arena rumorosa, interviene utilizzando frasi ad effetto e battute, tanto che quando è sul punto di sbottare subito si riprende, e provoca volutamente applausi e fischi da parte del pubblico che partecipa come spettatore in studio. Scandisce ogni parola e si rivolge direttamente agli spettatori, commentando interviste e servizi con lo sguardo alla telecamera. Tutto questo rende autentica la sua indignazione e conferisce lo status di tv-verità al suo programma. A questo si aggiunge una gestualità che accompagna la “naturalezza” del conduttore: arrotola i fogli del copione, alza le mani per fermare gli interlocutori che parlano, tiene le mani in mostra quando commenta i racconti delle piazze collegate, resta sempre in piedi, camminando per lo studio e avvicinandosi agli ospiti, in qualche occasione si appoggia al tavolino, senza fare caso a modi troppo informali.

“Terra! – Casa Capuozzo”

Condotto dal giornalista Toni Capuozzo attraverso interviste e servizi di approfondimento, Terra! ha dedicato nel mese di aprile e maggio quattro puntate per spiegare le migrazioni in Italia dal titolo Casa Capuozzo. Un titolo familiare per raccontare un fenomeno complesso.

La mappa tematica

Il tema immigrazione

In questo terzo episodio di Casa Capuozzo, il giornalista parte da alcune considerazioni autobiografiche per analizzare la gestione dell’accoglienza e delle espulsioni in Italia, dedicando una parte dell’inchiesta ai minori non accompagnati. Ripercorrendo gli ultimi fatti di cronaca, Capuozzo propone interviste dirette sia ai cittadini che ai migranti, passando al vaglio numeri e leggi vigenti.  Per ogni “capitolo” della narrazione vengono messe a confronto due storie, da cui poi il giornalista trae domande, riflessioni e conclusioni, spesso impietose. È il caso dei centri di accoglienza a Tarvisio e a Palermo, il primo polemico nei confronti di ulteriori ingressi, il secondo decisamente a favore, o ancora dell’intervista a un agricoltore di Conetta, vicino a un centro di accoglienza, che pur avendo regolarizzato un richiedente asilo, è preoccupato dall’assenza di controllo. “Tutti profughi veri?” tuona il giornalista che, a proposito delle cooperative che tengono i migranti stazionati da anni e in pessime condizioni afferma “Il vero raccolto oggi non è nei campi, ma nei campi dell’accoglienza” e conclude “Ci sono state spesso nei Centri di accoglienza proteste per il cibo, alcune irritanti come quella di chi pretendeva il montone per la fine del Ramadan,  molte fondate perché le ditte dell’accoglienza spesso speculano anche sul vitto, ma avete mai visto qualcuno che scappa da una guerra lamentarsi per il cibo? Avete mai visto qualcuno che scappa dalla fame lamentarsi per il cibo? Si parla spesso di perdita dei valori, qui stiamo togliendo valore alle parole. Profugo, rifugiato, migrante, guerra, fame. Con i soldi del viaggio per la Libia sui gommoni in gran parte dell’Africa puoi aprire un negozietto, non sono i disperati della terra a partire e togliamo valore anche a parole belle come solidarietà e accoglienza, restano alla fine solo un po’ di correttezza politica e di ideologia, molta ipocrisia e abbastanza ignoranza. Molti affari, tante illusioni e poca dignità, per noi e per loro”.

In questa puntata la dimensione informativa non lascia spazio a nessun tipo di spettacolarizzazione. Tutto è supportato da dati e interviste ai diretti interessati, facendo venire meno il rischio di strumentalizzazione politica dell’immigrazione.

L’impatto dello stile comunicativo del conduttore

Lo stile della narrazione è asciutto ed essenziale, le parole più utilizzate dal cronista per rivolgersi ai migranti sono “profughi” e “richiedenti asilo”. Le buone storie sono tuttavia sommerse da quelle di degrado e riflessioni sull’incapacità della politica e dei teorici dell’accoglienza di fare in modo che venga garantita la legalità “Si è fermato un principio di fatto, se riesci a sbarcare in Italia resti. La legalità, questo ritornello magico, vale per ogni cosa meno che per l’immigrazione. E certo, entrare schivando ogni regola non è un buon esordio, non insegna a rispettare le regole”.

Conclusioni

Una caratteristica comune a tutti i programmi analizzati è quindi l’esasperata personalizzazione da parte dei conduttori che dialogano direttamente con i telespettatori, gestendo tempi e interventi, secondo le modalità concesse dai rispettivi format: ad eccezione di Terra!, tutti gli altri possiedono la struttura dei talk show, dove il dibattito/spettacolo ha sistematicamente la meglio sulla componente informativa.

L’idea che anima Quinta Colonna e Dalla vostra parte è quella di dare voce alle piazze e ai “problemi della gente”, così che sia Del Debbio che Belpietro diventano interpreti del malcontento popolare senza però approfondire le posizioni di chi prova ad esprimere dei pareri contrari. Le battute dei conduttori e la selezione di storie legate alla criminalità, provocano spesso litigi tra ospiti in studio, soprattutto politici, e le reazioni animate o gli applausi da parte dei cittadini, sia in piazza che in studio (nel caso di Quinta Colonna). In assenza di filtri giornalistici e di un pluralismo che garantisca la presenza sistematica di esperti in studio, la spettacolarizzazione dell’informazione lascia libero spazio alle posizioni politiche. È emerso inoltre l’abuso di uno storytelling ansiogeno, corredato da titoli, immagini e musiche che caricano l’informazione di stereotipi e dettagli superflui: elementi che sembrano delineare un quadro di mancanza di controllo e sicurezza da parte del governo e in grado di giustificare l’iniziativa del privato. Così i migranti diventano dei “delinquenti di importazione” nell’intervento della Santanché a Dalla vostra parte e un pericolo per i cittadini, come l’autista del bus della “linea araba” intervistato a Quinta Colonna perché “fanno spesso uso di alcol”. Casa Capuozzo, reportage sulle migrazioni in quattro puntate di Terra!, in questo terzo episodio ha invece utilizzato dati e interviste ai diretti interessati per parlare di accoglienza, mettendo a confronto posizioni diverse e facendo venire meno il rischio di una strumentalizzazione politica dell’immigrazione.

La narrazione di Capuozzo è asciutta ed essenziale, ma le riflessioni del giornalista sul rispetto della legalità nel nostro Paese sono impietose, così come le sue conclusioni sui flussi migratori, e le buone storie sono sommerse da quelle di degrado. La settimana di rilevazione ha confermato che i temi migratori hanno una particolare centralità all’interno del palinsesto di Rete4. Tuttavia il modo in cui viene presentata l’informazione sembra quello pre-costruito del suo conduttore che si fa interprete di servizi e interventi stereotipati e/o di una narrazione che definisce, seleziona e commenta senza porre a confronto posizioni diverse e bilanciate. Un atteggiamento che non favorisce la riflessione da parte del telespettatore, alimentando l’insicurezza sociale e una percezione distorta dei fenomeni migratori.

[1] Secondo la Sintesi annuale del 2016 dell’Auditel, sono soprattutto i programmi trasmessi nella fascia oraria tra le 20.30 e le 22.30 ad ottenere più ascolti (ascolto medio 1.062.045), seguiti da quelli tra le 12.00 e le 15.00 (am 646.161).