La notte del 13 novembre i server di Periscope non hanno retto, troppe le connessioni per un’app che poteva consentire di seguire in diretta gli avvenimenti in corso a Parigi. Poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 furono le linee telefoniche a crollare per sovraccarico. Le tecnologie cambiano, il coinvolgimento resta lo stesso. I social media oggi svolgono lo stesso ruolo rivoluzionario nell’informazione che potevano avere i telefoni cellulari nel 2001, le peculiarità di ognuno dei social network sites, tuttavia, hanno ampliato lo spettro della comunicazione di avvenimenti come gli attentati di Parigi.

Il lancio degli allarmi

Tweet ParisCome sempre più spesso accade, Twitter è stato il primo ad arrivare sul pezzo, il 13 novembre. Il social dei
140 caratteri si configura oggi come un’ideale agenzia di stampa, con 316 milioni di potenziali reporter sparsi per il globo, che hanno nella propria tasca il mezzo per comunicare una notizia a tutto il mondo. È così che i primi annunci delle fusillades sono arrivati dai tweet dei passanti, testimoni diretti delle stragi. Nell’evolversi della situazione, per permettere agli utenti una fruizione più chiara di ciò che stava accadendo, Twitter ha attivato la nuova funzione Moments, per aggregare le testimonianze e le immagini più rilevanti da Parigi, fonti primarie per tv e giornali, che non possono più competere con l’istantaneità del social.

Periscope, come detto, non ha saputo gestire la moltitudine di connessioni ed è andata in crash. L’applicazione è presente sugli smartphone solo dal marzo 2015, e non si è mai trovata ad affrontare un evento simile. Tuttavia, nei giorni successivi agli attacchi, ad esempio durante i raid delle forze speciali francesi, è stata un punto di riferimento per chi voleva seguire gli avvenimenti direttamente dalle telecamere dei Parigini, un’immediatezza che supera, forse a scapito della qualità, quella degli inviati dei vari telegiornali.

Le ricerche

Mentre gli attentati erano ancora in corso, Facebook ha attivato Safety Check, uno strumento che ha consentito a 4.1 milioni di persone a Parigi di comunicare a 360 milioni di “amici” di essere in salvo. Netto il passo in avanti rispetto all’unico mezzo disponibile ai coinvolti negli attentati alle torri gemelle del 2001 per informarsi sui propri cari, il telefono, che per ore ha impedito la comunicazioni. Facebook aveva già attivato il servizio in seguito a catastrofi naturali, mai in attentati. Ciò ha scatenato non poche polemiche, Facebook è stato accusato per non averlo mai attivato negli scenari del medio oriente. Il CEO Mark Zuckerberg si è scusato due giorni dopo, affermando che Facebook sta valutando una nuova politica per Safety Check.

Su Twitter invece sono stati gli hashtag a venire in aiuto di chi era a Parigi, #PorteOuverte indicava persone che aprivano le porte a chi era in cerca di un riparo, #recherceParis ha aiutato le operazioni di ricerca dei dispersi.

I simboli, le storie delle vittime e la solidarietà

Instagram, per la sua architettura, non ha avuto un ruolo importante durante gli attacchi, qui però è nata l’immagine-simbolo degli attacchi a Parigi, la Tour Eiffel stilizzata a simbolo della pace. A crearla è stato l’utente @jean_jullien, un graphic designer francese. L’immagine è diventata virale quando la pagina ufficiale del social network l’ha condivisa su proprio account da 115 milioni di follower.
Instagram ha avuto un ruolo, purtroppo, anche nel raccontare le vittime degli attacchi. Se si cercavano nell’app le foto scattate al Bataclan si potevano vedere i volti dei giovani in fila per il concerto. Dopo gli attentati queste foto sono state commentate da decine di migliaia di utenti, che chiedevano infor
mazioni sulle condizioni delle persone ritratte. Instagram ha dato un volto alla “generazione Bataclan”.

Tutte le funzioni per cui si sono distinti Facebook, Twitter, Instagram e Periscope, nel 2001 erano affidate ai media tradizionali e ai cellulari. Il confine tra mondo reale e virtuale è sempre più labile, la concretezza di ciò che i social hanno fatto durante e dopo gli attacchi di Parigi ne è la dimostrazione. Le immagini degli attentati dell’11 settembre che sono rimaste nell’immaginario collettivo provenivano tutte dalla televisione, quelle relative a Parigi, dagli smartphone dei presenti. I video degli spari, delle persone in fuga, postate sui social, sono quanto di più reale ci sia, più di qualsiasi articolo di giornale o ricostruzione televisiva.
In un suo libro Jean Baudrillard ha scritto: “Immaginare gli altri, e tutto ciò che ci rende vicini a loro è futile, dal momento che la ‘comunicazione’ può rendere la loro presenza immediata”, oggi, non c’è comunicazione più immediata di quella dei social network.

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