Ci sono libri che vorremmo aver scritto noi. Masterpieces della letteratura di riferimento, volumi stracitati nel bene e nel male, e semplicemente libri che centrano con una naturalezza stupefacente il bersaglio che stai seguendo da qualche anno, mentre tu procrastini il momento di lasciar andare il colpo. Allora resti lì, a guardare attraverso il mirino con un misto di ammirazione e invidia, costruendo schemi secondari giustificatori e cullando il desiderio di spiccare, quando sarà il tuo turno, una freccia in grado di spaccare quella che ha già fatto centro in due, à la Robin Hood.

Per uno che da una decina d’anni si occupa di sociologia del giornalismo, e che sta portando avanti una ricerca su “formazione, ambienti professionali e riforma del contesto giuridico di riferimento”, questo libro è “Slow Journalism”, di Daniele Nalbone e Alberto Puliafito (Fandango Libri, 2019).

La consolazione sta nel non averlo scoperto per caso, ma all’interno di un percorso almeno in parte condotto insieme con uno degli autori, nell’aver già ascoltato e condiviso con lui alcune delle riflessioni sul tema centrale del libro: “chi ha ucciso il giornalismo?”, di essere giunto, con lui e come lui, alla conclusione che un cadavere non c’è, forse non potrà mai esserci. Ed è questo il problema. Perché se il giornalismo ha resistito alle sue numerose crisi, è stato dichiarato morto così tante volte, sempre però salutando una qualche nuova speranza – dal “new journalism” (Pratellesi, 2004) al “postgiornalismo” (Colombo, 2007), dal “neogiornalismo” (Morcellini, 2011) al “giornalismo aumentato” (Triani, 2017) – significa che il bisogno sociale gratificato dal giornalismo non può, in ultima analisi, morire. Non può dunque morire neppure la professione del giornalista, ma questa, al contrario dell’idea che abita le più intense e luminose sfere dell’immaginazione, soffre tutti gli effetti della crisi, in termini di formazione, ambienti professionali e contesto giuridico di riferimento.

Sintetizza Alex Orlowski, “fondatore e presidente di Water on Mars, agenzia con base a Londra specializzata in strategia e contenuti creativi per i social media che opera a livello internazionale, [che] ha ‘cambiato vita’ quando ha iniziato a mettere la sua esperienza e genialità nella produzione di spot e videoclip” (p.55):

“Solo in Italia vedo giornalisti scrivere, fare anche foto, fare anche video perché è questo che cercano gli editori. Uno che, pagato poco, sappia fare tutto. Giornalista, videomaker, fotografo, social media manager. Così si muore” (p. 58).

Allo stesso modo, confessano attorno a un tavolo di pub di Roma un certo numero di “pentiti” del giornalismo web, si muore a sincronizzare la home page del sito della propria testata, ma in ultima analisi la propria vita, su Google Analytics. Si muore ad accettare un modello produttivo che foraggia l’overload informativo attraverso la pubblicazione di 150 articoli in un solo giorno. Ecco come una discussione sulla qualità del giornalismo finisce per diventare una discussione sulla sopravvivenza della professione.

Una professione il cui inquadramento giuridico – e la cui tutela sindacale – subiscono un’evoluzione a dir poco controversa, come dimostra il contratto nato nel maggio del 2018 dall’accordo USPI-FNSI, che, per Carlo Ercole Garimboldi (Casagit) e Daniela Stigliano (Inpgi),

“si è tradotto in un palese favore a chi, con news locali o con siti generalisti, fa concorrenza a gruppi e aziende della carta stampata e della tv che stanno (faticosamente) cercando di convertirsi all’online” (p.77).

Un contratto pensato per testate piccole e locali, inapplicabile, per giro di fatturato, alle maggiori realtà native digitali italiane come Citynews e Fanpage, ma che ha tenuto a battesimo la nuova creatura di Enrico Mentana, Open, grazie a una dichiarazione d’intenti di re-investimento degli eventuali utili che ha, forse inopinatamente, inquadrato la testata nell’ambito del no profit.

Non è dunque il modello proposto da Open, nato da “un contratto per giornalisti poveri”, a dare prospettive per il risorgere della professione. Non sono neppure le pratiche di debunking, che in ultima analisi dimostrano unicamente la tendenza, in un contesto che prevede la messa online di un numero di articoli giornaliero oltre le possibilità di qualsiasi routine giornalistica, a saltare una fase della produzione dell’articolo – la verifica delle fonti – per poi farne un servizio “esterno” al giornalismo stesso. Men che meno parliamo di pratiche di contrasto alle fake news: la presenza di un richiamo in una vignetta satirica del 1894, tra i pensieri che agitavano la mente di Joseph Pulitzer, dimostra esemplarmente il loro essere un corollario del giornalismo sin dalle sue eroiche origini.

La risposta è un cambio di passo una conversione allo slow. Che non significa necessariamente un elogio della lentezza: se è vero che un pezzo va pubblicato quando è pronto, non quando Analytics denuncia una carenza nella presenza della propria testata nel flusso dell’informazione online, è altrettanto vero che un’opera di fact-checking rispetto alla veridicità di un’immagine di un attentato postata sui social può essere condotta, da una redazione correttamente formata, in una decina di minuti.

È una rivoluzione che arriva relativamente da lontano, da un Manifesto per il consumo critico delle news pubblicato nel 2014 da un professore dell’Università dell’Oregon. Da una startup giornalistica nata in Olanda nel 2013 interamente finanziata da un progetto di crowdfunding basato sulla promessa di un prodotto che sia l’antidoto alle news quotidiane. Da un sogno: fare un giornalismo “buono, pulito e giusto”.

Un sogno che passa per la seconda vita di Paese Sera, che il 25 aprile di quest’anno ha ripreso le pubblicazioni online, per tornare in edicola a maggio. Con una redazione costruita secondo i massimi criteri di inclusività possibile, capovolgendo ove possibile le possibilità contrattuali di fare “giornalismo al ribasso”. Con un modello di business dichiaratamente volto a mantenere il pareggio di bilancio pur di avere giornalisti messi in condizione di attuare la propria professione come forma di attivismo. E perfino felici.

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