Recensione del libro ‘Sulle onde delle migrazioni. Dalla paura all’incontro’

In Europa, Italia compresa, la situazione migratoria sta gradualmente generando una vera e propria “sindrome dell’invasione”, a tal punto che un europeo su due considera l’immigrazione uno dei problemi più gravi (anche più del terrorismo), attribuendo a migranti e profughi la responsabilità della crisi odierna. Di fronte a quello che sta accadendo nel Mediterraneo, diventato – come ha detto Papa Francesco – “il cimitero dei disperati in fuga”, l’Europa sembra aver dimenticato le sue origini: una patria nata proprio dai processi migratori del passato e “madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per i loro fratelli” (Papa Francesco in occasione del ritiro del Premio Internazionale Carlo Magno, 6 maggio 2016).

Il libro “Sulle onde delle migrazioni. Dalla paura all’incontro” curato da Giancarlo Pani ripercorre, attraverso alcuni dei più significativi contributi pubblicati sulla rivista Civiltà Cattolica, tutte le potenzialità e le criticità generate dai flussi migratori da un punto di vista storico, normativo e politico, ma soprattutto umano. L’obiettivo è infatti quello di produrre una riflessione in grado di riportare “le persone al centro” per restituire dignità all’uomo, come in più di una occasione ha ricordato Papa Francesco.

I Paesi dell’area del Mediterraneo sono quelli maggiormente coinvolti da arrivi e accoglienza, ma il drammatico bilancio tra “sommersi e salvati”, che si consuma quasi quotidianamente, dipende da molti fattori come guerre, persecuzioni, disastri ambientali e desiderio di un futuro migliore (il solo continente africano è da anni attraversato da ben 32 guerre). Queste sono solo alcune delle motivazioni che spingono uomini, donne e bambini a lasciare le loro terre e intraprendere un viaggio dove si rischia ogni cosa. Ma allora perché partire? All’indomani della tragedia di Lampedusa, il 4 ottobre 2013, questa domanda è stata posta a un giovane rifugiato che ha risposto: «Noi non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire “morte certa”, partire vuole dire “morte probabile”. Tu che cosa sceglieresti? […] Noi non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata e voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta».

Ecco allora che comprendere e accogliere diventano un atto di responsabilità verso l’uomo, il fratello, il debole. Questa responsabilità non riguarda solo la politica, ma anche la Chiesa e il cittadino. Non va dimenticato infatti che uno dei dati più allarmanti all’interno del panorama dell’immigrazione italiana riguarda i minori non accompagnati che costituiscono il 16% dei migranti entrati nel nostro Paese: nel 2016 sono stati 16.860 contro i 12.630 dell’anno precedente. «Schiavi invisibili», li definisce Pani, coinvolti nel giro della prostituzione, della malavita, del lavoro nero. Sono in particolare due gli avvenimenti che al riguardo hanno scosso la nostra coscienza: il primo, nel marzo 2016, è quello di una bambina nata da pochi giorni che viene lavata in mezzo al fango di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, dove quasi 11.000 persone erano accampate nella melma causata dalla pioggia continua; e, nel settembre del 2015, quello di Aylan, il bimbo trovato morto su una spiaggia turca non lontano da Bodrum. Due aspetti contrastanti dell’immigrazione: la vita e la morte e, insieme, la tragedia dei bambini migranti.

Nonostante le evidenze dei dati, delle notizie e delle tragedie, l’Europa si sbriciola nel labirinto delle grandi e piccole fortezze nazionali, non considerando il vantaggio delle migrazioni anche per i Paesi d’arrivo. Nella “globalizzazione dell’indifferenza” Pani cita le parole dell’economista John Kenneth Galbraith: «Le migrazioni sono la più antica azione di contrasto alla povertà, selezionano coloro i quali desiderano maggiormente riscattarsi, sono utili al Paese che li riceve, aiutano a rompere l’equilibrio di povertà nei luoghi d’origine. Quale perversione dell’animo umano ci impedisce di riconoscere un beneficio tanto ovvio?». Infatti a fronte di tante Convenzioni internazionali e di accordi volti a contenere la cosiddetta “emergenza profughi” (per esempio con la Turchia), sembra venire meno quell’equità e quella coesione sociale necessarie all’Unione Europea per accogliere e non per difendersi dai rifugiati.

La fragilità dei modelli di integrazione adottati dai singoli Stati e i recenti attentati compiuti da giovani europei musulmani, figli e nipoti di immigrati, dimostrano la necessità di affrontare da un punto di vista davvero “europeo” le nuove sfide poste dai flussi migratori. In questo contesto l’Italia stessa non è ancora abituata a essere un Paese di immigrazione: i governanti italiani (e gran parte dell’opinione pubblica) hanno sempre considerato il fenomeno come transitorio ed emergenziale e, anche sul piano legislativo, esso è stato trattato più come una questione di ordine pubblico che non come un problema di accoglienza. Si è quindi andato affermando un modello ibrido di integrazione, cioè assimilazionista negli intenti e multiculturalista negli effetti, che spesso somma gli elementi negativi dell’uno e dell’altro modello. Un passo avanti verso l’integrazione sarebbe certamente realizzato, se fosse approvato il disegno di legge che prevede la concessione della cittadinanza, sulla base dello ius soli moderato, per i minori nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno abbia un regolare permesso di soggiorno “di lungo periodo”. Non bisogna inoltre dimenticare la forza di tante iniziative messe in campo per tutelare l’ingresso in Italia di profughi in condizioni di vulnerabilità, come i “corridoi umanitari” promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche e la Tavola Valdese per i profughi siriani, che rappresentano un modello replicabile anche in altri Paesi europei.

Il libro affida alle conclusioni un pensiero: è incredibile che l’Europa sia così turbata e allarmata dal fenomeno migratorio nonostante ne sia interessata solo marginalmente rispetto ad altri Stati (Turchia, Pakistan, Libano) con una presenza di migranti che oggi equivale a meno dello 0,5% della popolazione europea. Un’informazione non sempre corretta e spesso manipolata induce quindi a giustificare politiche che rivelano una divaricazione sempre più evidente rispetto ai valori che per decenni sono stati il fondamento del diritto internazionale e la base stessa della costituzione dell’Unione.

Così mentre il dibattito si accende sulle definizioni, sulle distinzioni tra chi fugge dalla guerra e chi dalle disuguaglianze economiche, su chi deve essere accolto e chi invece no, gli interessi nazionali vengono anteposti alla dignità e ai diritti della persona in una tutela esasperata di un concetto di cittadinanza immemore che i diritti ineriscono all’uomo e non al cittadino.

Alcune riflessioni

Le intenzioni del libro sono manifeste fin dal suo incipit: “Le onde delle migrazioni diventano sempre più tempestose e travolgenti”. I diversi contributi che compongono il volume si propongono infatti di ricostruire i movimenti migratori cercando di dare a essi una forma in grado di ridurre quello smarrimento e agitazione destato dalla loro imminenza e apparente incontenibilità. L’accoglienza e l’integrazione sono i temi su cui si rivelano le contraddizioni più evidenti di un’Unione Europea non unita e che, nell’anteporre gli interessi dei singoli Stati, rinnega i valori sui quali è stata edificata. La narrazione sviluppa quindi una serie di riflessioni che chiamano in causa non solo la letteratura sul tema e le politiche adottate a livello nazionale e internazionale, ma anche la componente più umana delle migrazioni. Nella “globalizzazione dell’indifferenza” le parole pronunciate in più di un’occasione da Papa Francesco e le iniziative umanitarie risultano fondamentali per rimettere “le persone al centro” e combattere quel senso di allarme sociale prodotto da un’informazione distorta e spesso manipolata dalle scelte politiche.

Nella struttura del libro di Pani, fatta di dati e racconti, è possibile individuare in particolare due variabili determinanti per annullare i preconcetti sulle migrazioni e per la costruzione di una nuova idea di società:

  1. La paura: il panico da accerchiamento e invasione spingono gli europei a tracciare confini, adottare misure straordinarie, guardare con diffidenza alle differenze e ai cambiamenti socio-culturali. Questo è dovuto al fatto che per troppo tempo il fenomeno migratorio è stato considerato transitorio ed emergenziale, anche sul piano legislativo. Ma “l’inclusione dell’altro ci obbliga a rivedere la natura stessa delle nostre società, in un processo di integrazione bidirezionale che non lascia le nostre città uguali a se stesse, ma le rende spazio di incontro tra popoli diversi in un cammino che si fa comune”. Per questo la conoscenza diventa la chiave per decostruire il timore verso l’altro, vedendo proprio nella paura il principale motivo che spinge milioni di persone a lasciare la propria terra.
  2. La responsabilità: in più parti del libro è forte il richiamo a una presa di coscienza comune. Si tratta di un concetto che ritroviamo sia nell’introduzione, dove l’autore sottolinea che per un europeo su due la “responsabilità” della crisi odierna è da attribuire ai migranti, sia nelle conclusioni. Quello che accade e quello che è possibile fare per cercare di rispondere prontamente alle sfide poste dalle migrazioni non dipende esclusivamente dalla definizione dell’agenda politica europea, ma da tutti. L’Unione, la politica nazionale, la Chiesa e ogni singolo cittadino sono direttamente coinvolti nel senso “di responsabilità fraterna” verso la tutela dei diritti e della dignità altrui.

L’anello di congiunzione tra questi due sentimenti diventa quindi l’unico essere in grado di provarli, l’uomo. Il recupero di una dimensione umana nella gestione dei flussi migratori si presenta per l’autore come l’unica strada per il riconoscimento dei diritti.