Rischiare la felicità? Quando le imprese ci provano

RIschiare la felicità? Quando le imprese ci provano

Durante il corso “Sistemi organizzativi complessi nella società dell’innovazione”, presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale, Sapienza Università di Roma, un team di studenti ha partecipato al seminario sulla felicità gestito dal prof. Renato Fontana. Il risultato di tale lavoro è contenuto nel report dal titolo “Praticare la felicità nelle Organizzazioni: Realtà o Utopia?”. Quella che qui presentiamo è una breve sintesi.

Nelle organizzazioni produttive il tema della felicità di solito divide le persone in due correnti di pensiero: da un parte ci sono coloro che sostengono l’utilità della ricerca della felicità negli ambienti di lavoro, mentre dall’altra si schierano coloro che ritengono questo tema non rilevante o addirittura un intralcio.

Sulla base della letteratura analizzata, sono stati elencati alcuni fattori che possono influenzare la felicità, anche tenendo conto di cosa hanno realizzato alcune realtà imprenditoriali sia a livello personale sia a livello di ambiente lavorativo.

Le voci a favore della felicità. Uno degli autori che sostiene la necessità della ricerca della felicità sul posto di lavoro, Mark Batey, docente di psicologia organizzativa presso la Manchester School of Business Alliance. Egli così scrive:

“Questa è l’epoca umana del luogo di lavoro. I luoghi migliori per lavorare sono quelli in cui le persone possono prosperare e dare il loro meglio – invece di desiderare di essere qualcun altro o altrove per cinque giorni alla settimana. Il posto di lavoro perfetto offre anche alla gente flessibilità e autonomia, prosperando su una cultura orientata alla crescita e alla fiducia”[1],

Queste parole intendono il luogo di lavoro non come luogo fisico, ma come un luogo metafisico all’interno del quale si spendono sempre più ore di lavoro. L’elemento fondamentale, per Batey, è rendere le persone soddisfatte, autorealizzate e messe in condizione di esprimere le proprie potenzialità attraverso il loro lavoro; ragion per cui risulta di vitale importanza per le aziende attivare politiche volte a migliorare il welfare aziendale.

Anche i dati raccolti da Gallup, Società di consulenza strategica statunitense, supportano le tesi a favore della felicità, rilevando che le aziende che mettono al centro le politiche per il benessere dei dipendenti aumentano il loro fatturato e la soddisfazione dei clienti, comprimendo l’assenteismo e il turnover.

Le voci contrarie. Un’antitesi all’idea che incrementare la felicità nei luoghi di lavoro sia fondamentale, è stata formulata da André Spicere e Carl Cederström in un articolo del 21 luglio 2015, pubblicato sull’Harvard Business Review, dal titolo The Research we’ve ignored about happiness at work[2], .

Per sostenere il proprio punto di vista, i due studiosi citano alcune esperienze personali fatte in occasione di seminari, organizzati dalle rispettive aziende, con lo scopo di raggiungere una maggiore felicità dei dipendenti. All’interrogativo riguardante l’utilità delle attività messe in atto, essi giungono alla formulazione di una risposta negativa.

In definitiva essi asseriscono che, in primo luogo, la felicità non può essere misurata, essendo questa composta da un insieme di fattori prettamente personali, quindi soggettivi.

In secondo luogo, non vi è diretta correlazione tra produttività e felicità, in quanto diversi studi sostengono la rilevanza di altri fattori, come ad esempio la competitività, che concorrono in modo più tangibile all’aumento della produttività.

In terzo luogo, la felicità può danneggiare il rapporto con gli altri; attraverso il concetto di “emotionally needy” gli studiosi sostengono che le alte aspettative relazionali non corrisposte possano diventare fonte di insoddisfazione. Infine, la felicità può danneggiare la persona stessa perché la ricerca estenuante di essa renderebbe ciascuno più egoista.

La conclusione dei due studiosi è che la felicità è “comoda” per le aziende, sia dal punto di vista estetico che ideologico. Dal punto di vista estetico, essa è un biglietto da visita per la reputazione aziendale; dall’altro lato, quello pratico, essa genera distrazione e allontana dalle questioni contingenti, come ad esempio la competizione tra colleghi, le politiche aziendali e le differenze culturali.

Se, infatti, si assume il presupposto che i lavoratori felici siano lavoratori migliori, si potrebbe tendere ad occultare tutte le questioni scomode ma che vanno affrontate perché non dannose per l’azienda, come le discussioni anche accese sulle direttive interne o la visione del mercato. Giacché la felicità è vista come una scelta, coloro che non dimostrassero di essere in quello stato d’animo verrebbero facilmente esclusi in quanto “non compatibili con il contesto aziendale” o finirebbero per essere bollati come dei “guastafeste”. Non a caso Barbara Ehrenreich scrive nel suo libro Bright-sided (Metropolitan Books, New York, 2009) “[…] I messaggi del management sulla felicità sono stati spesso usati in tempi di crisi e licenziamenti di massa”.

Il CHO, Chief Happiness Officer. La letteratura si è inoltre soffermata su una nuova figura professionale, il Chief Happiness Officer, un manager delle risorse umane che si occupa della felicità dei dipendenti. I suoi compiti sono quelli di misurare il livello di soddisfazione e gratificazione dei lavoratori e individuare le politiche per migliorarle. Da una parte questa sembra una figura promettente che molte aziende stanno inserendo, dall’altra parte però alcuni autori – come ad esempio Josh Kovensky, giornalista specializzato nelle questioni organizzative – sostengono che il CHO rappresenti un’intrusione indebita nella vita privata dei dipendenti.

 

Indicatori della felicità in azienda. Prima di dar conto di alcuni casi aziendali, presentiamo gli indicatori che abbiamo selezionato sulla base della letteratura esaminata:

 

  1. Rapporto con il capo e i colleghi;
  2. Rilevanza del proprio lavoro, ovvero quando la felicità coincide con una motivazione intrinseca; essere apprezzati è un bisogno umano, che aumenta la motivazione nello svolgimento del proprio lavoro;
  3. Retribuzione e incentivi;
  4. Clima ambientale e relazionale;
  5. Dimensione e struttura degli spazi aziendali;
  6. Work-life balance, cioè il sottile equilibrio tra vita lavorativa e vita privata.

 

Esempi di aziende in cui la felicità è importante. Alla luce degli indicatori appena richiamati, si riportano di seguito alcune aziende che investono con successo sulla felicità.

NETFLIX
Vincitrice di tutte le classifiche sulla felicità del 2018 è la nuova detentrice del titolo di azienda più felice al mondo. La prima caratteristica è data dagli stipendi molto alti; qui ci riferiamo al terzo punto sopra menzionato, quello degli incentivi economici, poiché sostenere che i soldi non fanno la felicità appare ai più uno stucchevole esercizio filosofico. La remunerazione è, infatti, anche sintomo di premiazione, di sentirsi giustamente ripagati per la dedizione, lo sforzo e il tempo spesi nel lavoro, oltre al fatto che un buono stipendio consente una migliore qualità della vita.

La seconda caratteristica di Netflix è data dall’ottimale gestione del tempo da parte del lavoratore. Chi lavora in Netflix decide quanto e quando andare in ferie, quando prendere permessi, congedi di maternità e paternità, senza dover pianificare nulla in anticipo. Sta alla responsabilità del lavoratore gestire il suo tempo libero. Ci riferiamo al work-life balance, inteso come gestione del tempo tra vita lavorativa e vita privata.

Netflix rende inoltre i lavoratori responsabili del proprio operato, cedendo ad essi gran parte del potere decisionale; in tal modo i lavoratori si sentono liberi di prendere determinate decisioni nell’interesse dell’azienda, senza dover chiedere ancora una volta permessi alle linee gerarchiche superiori.

I curricula più apprezzati da Netflix non sono quelli dei piccoli e grandi geni, quelli che tutti noi immaginiamo come eccellenti programmatori, ma talvolta afflitti da una pessima gestione delle relazioni. Al contrario, le figure più apprezzate sono quelle capaci di intrattenere ottime capacità relazionali. Netflix non promette di creare una famiglia, bensì un dream team. Un team che sia funzionale, sinergico, creativo, libero.

GOOGLE
La seconda azienda nella classifica delle più felici è Google. In essa, oltre che evidenziare gli stipendi elevati (140mila dollari l’anno in media), notiamo la buona gestione dei trasporti. Google, infatti, fornisce ai dipendenti che ne hanno voglia o necessità un servizio di trasporto per il tragitto casa-lavoro. Il pulmino di Google ti passa a prendere a casa e ti porta in ufficio.

Con Google si può lavorare quando si vuole, dove si vuole. Ovviamente viene incentivato il lavoro in ufficio per creare migliori rapporti tra colleghi, ma si è liberi di entrare e uscire, e decidere il proprio orario di lavoro come si vuole.

FACEBOOK
Oltre quella di elargire degli alti stipendi, la peculiarità di Facebook è far sentire ogni dipendente come parte di un grande progetto. Facebook intende sempre far comprendere ad ogni lavoratore quanto quel suo piccolo tassello di lavoro concorra a far funzionare la mega struttura. Tutto ciò, anche secondo il nostro punto di vista, mantiene alta la motivazione di ogni dipendente.

Inoltre, Facebook presta particolare attenzione agli spazi lavorativi, fornendo aree di ricreazione e di riposo, come ad esempio la Nap Room, adibita alpisolino. L’intenzione è quella di creare un ambiente dinamico, innovativo e creativo.

BRUNELLO CUCINELLI
L’azienda di Brunello Cucinelli è un’azienda che ormai tutti conoscono, proprio per il suo anelito di creare un ambiente all’avanguardia, oltre che per il legame con il territorio, per la valorizzazione delle proprie risorse e per la visione d’impresa proiettata in un futuro di qualità. Secondo il fondatore l’azienda deve farsi carico responsabilmente del suo futuro, ma soprattutto del futuro delle persone che in essa lavorano. Quello di Cucinelli è stato più volte definito “capitalismo filantropico” o “capitalismo umanistico”.

Ma cosa rende i lavoratori di questa azienda dei lavoratori felici? Manco a dirlo gli stipendi alti, grazie alla ridistribuzione del fatturato. C’è poi il fattore estetico: lavorare in un posto bello rende più felici. E questo Cucinelli lo sa, e ha sempre posto molta cura e attenzione agli uffici e ai locali tecnici e produttivi della sua azienda.

Altro fattore piacevole e interessante risiede nella direttiva secondo la quale alle ore 17.30 si va tutti a casa, e le mail di lavoro dopo quell’ora sono fortemente disincentivate. Disincentivati sono anche gli straordinari, perché Cucinelli vuole rendere i lavoratori sereni, riposati, felici, lasciando loro tutto il tempo necessario per dedicarsi alle proprie famiglie, alle proprie passioni, al tempo libero e soprattutto alla cultura.

FERRERO
Ferrero, invece, punta tutto sul senso di appartenenza. Ciò per l’azienda ha importanti ricadute, sia sul benessere dei lavoratori che sulla produttività aziendale, tanto è vero che Ferrero ne ha fatto una delle più importanti mission del gruppo. Alcuni esempi: i laureati neo-assunti durante le prime 4 settimane di lavoro partecipano a un programma di induction internazionale, denominato “Capire Ferrero”. Un altro programma finalizzato a trasferire i valori, la cultura e il modello di business è  quello sulla “Ferreità”, a dimostrazione dell’interesse teso a coinvolgere il collaboratore in molti aspetti della vita aziendale, conoscendone mission e vision.

Ferrero fa attenzione al Welfare aziendale, e lo fa in modo mirato a seconda del Paese dello stabilimento. Dove ci sono problemi di asili nido fornisce asili nido; in Paesi con un basso livello di scolarizzazione fornisce sostegno in formazione e istruzione; e ancora, dove la qualità della vita è molto bassa, fornisce un aiuto economico per la spesa e la cura dei figli.

BENETTON
Parliamo qui di work-life balance, ovvero di attenzione mirata alla flessibilità. Benetton ha, infatti, avviato un programma di gestione flessibile delle ore lavorative attraverso la cosiddetta Banca etica delle ore. Qualsiasi lavoratore può donare le proprie ore lavorative ad altri colleghi che ne hanno bisogno. Il vantaggio per il lavoratore consiste nel fatto che egli può gestire in maniera differente il proprio lavoro. Se un mese ha impegni che non gli permettono di lavorare, può acquistare delle ore dai colleghi per poi rivenderle a qualcun altro quando sarà in grado di farlo. Un sistema che permette quindi di avere una flessibilità non solo nell’arco della giornata, ma di gestire le proprie ore lavorative nell’intero anno.

Il caso della Danimarca [3], . Come testimonia il rapporto dell’Happiness Researce Istitute del 2016, la Danimarca risulta la prima tra le nazioni felici e di gran lunga la più sensibile al tema della nostra trattazione.

Alcune delle politiche tipiche messe in atto dalle aziende di questo Paese, volte al miglioramento del benessere dei propri dipendenti, possono essere così riassunte: colazioni di dipartimento, feste, cene e viaggi aziendali, settimana lavorativa breve, piccoli regali tra colleghi, staff development talk (la possibilità di parlare una volta al mese col proprio capo dei propri problemi lavorativi), e così via. Il fattore più importante però è quello relativo alla possibilità di bilanciare la vita lavorativa con quella privata, con una maggiore attenzione alla seconda.

Dopo aver attentamente esaminato e discusso sulle iniziative prescelte da questo Paese, ben lontane da quelle che potremmo adottare nel nostro, si è giunti alla conclusione che mettere a confronto due Paesi così diversi per storia e cultura implicherebbe uno studio più approfondito anche sul modo diverso di concepire di felicità.

In conclusione, siamo certi che se provassimo ad attuare soltanto alcune delle politiche sopra esposte nelle imprese nostrane non ancora persuase della sua importanza, il risultato non deluderebbe le aspettative. È questa una delle sfide che la nostra generazione, e in particolare la nostra professione – quella del comunicatore – è chiamata ad affrontare. Prima o poi.

di Claudia Cimmino, Giulia Gentili, Claudia Raponi,Beatrice Spina e Simone Vitti


Λ [1] www.economyup.it/blog/limpresa-di-essere-felici-sul-lavoro-basta-cominciare-con-piccoli-segnali/
Λ [2] hhbr.org/2015/07/the-research-weve-ignored-about-happiness-at-work
Λ [3] Con il prezioso contributo della dottoressa Martina Ferrucci, ricercatrice italiana trasferitasi in Danimarca per motivi professionali, abbiamo appreso cosa si intende per “Felicità” all’interno dell’università Aarhus nella quale lavora.