Tutti a rivedere Carosello. Anzi a vederlo (magari per la prima volta) online. Sotto forma di database interattivo, in 300 episodi a cartoni animati del ventennio ‘60/’70 catalogati e analizzati. E, soprattutto, anche tradotti in tre lingue: inglese, cinese e arabo. È quanto propone, dal 19 settembre 2015, www.videocarosello.it, una piattaforma realizzata dall’Accademia europea del Cartone Animato. L’ambizione è far conoscere ai più giovani, anche alle “seconde generazioni” composte da figli di immigrati nati e vissuti in Italia, storia e cultura del nostro Paese. E sì, perché questo fenomeno televisivo – nato nel 1957 e sviluppatosi nell’era della tv pedagogica – rappresenta una delle matrici culturali dell’Italia di oggi, di parte dell’enciclopedia di riferimento di quella generazione – oggi matura – che durante l’infanzia “andava a letto dopo Carosello”.

CAROSELLO “HA FATTO” GLI ITALIANI. Un’esperienza della quale capita, a questi baby boomers e a parte della generazione successiva, di riferire a figli e nipoti o di citare nelle conversazioni. Dandola per scontata. Parlare di integrazione culturale, di diversità e pure di evoluzione della condizione femminile, non può dunque prescindere da quella trasmissione, costruita su quattro episodi a puntata, nei quali il “prodotto” poteva comparire solo nei 15 secondi finali, il tutto rigidamente controllato dalla Rai “buona maestra”. Carosello ha generato miti, linguaggio (“contro il logorio della vita moderna”, “non è nero è soltanto sporco”), costruito personaggi, reali e fittizi, espressioni artistiche all’avanguardia (come la “Linea” di Osvaldo Cavandoli). Insomma, ha fatto un po’ gli Italiani. E ora viene proposta come risorsa per l’integrazione culturale, anche ad uso scolastico, con un occhio particolare a qualcosa che caratterizza: l’immagine percepita della donna.

PALEO-PUBBLICITÀ E GAP GENERAZIONALE. L’ultima sigletta del programma apparve però sugli schermi nel 1977. Fu un’anomalia, una singolarità, una forma di paleo-pubblicità televisiva. Poi il mondo della tv è iniziato a cambiare. Come può essere utile a distanza di tanto tempo? Non si è trasformata troppo un’Italia transitata per gli spot della tv commerciale, per la neotelevisione, per testimonial e televendite, e oggi dispersa e insieme connessa nelle nicchie del digitale? Floriana Taurelli, presidente dell’Accademia, parla di un gap, di un anello mancante tra mondo analogico e digitale. E, secondo lei, a colmare la lacuna può servire pure questo progetto. «Perché, non dimentichiamolo – dice – la pubblicità ha un ruolo di primo piano nella formazione e in particolare questa prima espressione di pubblicità contiene già in sé tutti gli strumenti per decodificare l‘evoluzione della nostra società e le forme di comunicazione attuali. È come se si volesse discutere di arte contemporanea pensando di poter ignorare l’arte moderna da cui è derivata. Il che apre anche la domanda se la pubblicità possa essere considerata una forma d’arte, e per certi versi i caroselli che presentiamo lo sono, ma questo è un altro argomento che meriterebbe un discorso lungo e articolato».

CATEGORIE PER UN’ITALIA CHE CAMBIAVA. Sono dieci i percorsi tematici, le chiavi, su cui è impostata la lettura del patrimonio audiovisivo a cartoni animati conservato e reso fruibile attraverso www.videocarosello.it. Coordinatrice del progetto didattico è Eliana Pavoncello. Tutte le categorie sono precedute da video esplicativi che analizzano i contenuti dei caroselli e li mettono a confronto con la realtà italiana e moderna. Eccole.

  1. Diverse (rapporto di Carosello con la diversità, con persone che hanno la pelle di un altro colore e provengono da altri paesi)
  2. Tempi Moderni (la nascita del consumismo, gli elettrodomestici entrano nelle case per aiutare la massaia nel suo lavoro)
  3. Solo per uomini (il ruolo di protagonista è riservato agli uomini perché si ritiene che ci siano ambiti, come lo sport e le automobili, in cui le donne non sono all’altezza)
  4. Le gioie della famiglia (Pronipoti, Antenati, Mammut Babbut e Figliut e tutte le famiglie tradizionali secondo la morale dell’epoca)
  5. Il sesso debole (le eroine vincenti, Mariarosa, Olivella, Vispa Teresa e Pallina, che vanta una tradizione famigliare di pioniere in tutti i campi)
  6. Con la fuggevole partecipazione delle donne (il ruolo subordinato della donna, rappresentato, una per tutte, da Carmencita che viene sempre tratta in salvo dal Caballero misterioso)
  7. Schiamazzi infantili (donna uguale mamma, tutti i prodotti destinati ai bambini ma che parlano alle mamme)
  8. Fiabe al femminile (la dimensione fiabesca e romantica dell’universo femminile)
  9. Mezzogiorno di cuoca (donne nutrici ai primordi del surgelato)
  10. Angelo del focolare (un solo obiettivo per le donne: una casa splendente e senza macchia).

Si scorge apertamente l’intento di restituire l’evoluzione del ritratto dell’universo femminile dal 1957 al 1977. «In questa prima selezione di 300 caroselli realizzati a cartoni animati o con tecniche di animazione – chiarisce Floriana Taurelli – abbiamo scelto dieci chiavi di lettura, dieci categorie, che potessero offrire un ritratto a tutto tondo non solo della condizione femminile dell’epoca, ma anche dell’evoluzione della nostra società, che negli anni di Carosello è cresciuta e si è trasformata passando da una dimensione prevalentemente agricola a una industriale, negli anni del “boom economico”. Da un punto di vista prettamente femminile, il periodo che prendiamo in esame include oltre alla rivoluzione del ’68 anche due date che hanno segnato l’emancipazione femminile, il 1963, anno in cui è stato eliminato dal diritto italiano lo “ius corrigendi”, che dava il diritto al marito di educare la moglie anche con metodi violenti, e il referendum del 1974 che ha confermato il divorzio».

DONNE DISEGNATE DAI CAROSELLI. La donna in Carosello è stata disegnata, in senso letterale, attraverso tecniche che spesso in Italia sono concepite destinate, se non riservate, a pubblici infantili. Cartoon e giocattoli dell’epoca parlavano ai bambini. E così hanno contribuito alla costruzione della loro visione del mondo, della vita e della famiglia. Magari equivalenti per la formazione ai ruoli sociali negli Stati Uniti di quella Barbie anno 1959 (qui il primo spot, ma a stelle e strisce, non su Carosello) – la bambola formosa che invece faticò non poco ad attecchire nelle famiglie italiane – in grado di esser interpretata Oltreoceano come prototipo della donna che si preparava a “marito, figli, casa”. Proprio la condizione che sarà oggetto della “Mistica della femminilità” di Betty Fredian del 1963. Quali furono invece le prime icone italiane della donna tutta casa e famiglia, come addirittura appare persino al termini degli episodi paleofuturistici dei “Pronipoti” (“I Jetson” di Hanna e Barbera, versione fratelli Pagot) – secondo un approccio morale condiviso persino da Dc e Pci – e quali invece quelle che segnarono il cambiamento? Le celebrità create da Carosello dei quali abbiamo più forte memoria – Calindri del Cynar, Paolo Ferrari del fustino, Cesare Polacco e la brillantina – non sono stati soprattutto uomini in carne e ossa? «Anche i personaggi femminili che più sembrano aderenti agli stereotipi dell’epoca – conclude Taurelli – sono espressione del fermento che attraversava la società tra gli anni ’60 e ’70. In questo i disegnatori, tra cui molti nomi famosi di Carosello sono riusciti a fare un lavoro straordinario, rompendo le righe della comunicazione un po’ ingessata dell’epoca e gettando i semi della critica e dell’autocritica. Penso a icone come Carmencita, Mariarosa (“Brava, brava, Mariarosa ogni cosa sai far tu”, recitava il jingle) e Pallina le cui antenate si esprimono in tutto ciò che alle donne italiane era di fatto impossibile. In questo i caroselli animati hanno saputo proporre personaggi femminili e più di rottura rispetto alle celebrità comunemente ricordate».

Presentazione: giovedì 17 settembre 2015 ore 10.30 aula multimediale Biblioteca di Roma Capitale “Franco Basaglia”, via Federico Borromeo, 67 Roma.
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