Visual Storytelling: perché un’immagine vale più di mille parole

Visual-Storytelling

Probabilmente è sbagliato iniziare un articolo in questo modo, quasi certamente è improbabile leggere un testo che inizia con tre incisi, ma forse tutto ciò è utile per fare chiarezza su cosa intendiamo per visual storytelling.

Premessa (o forse assioma) numero 1: il buon vecchio Aristotele guardava l’uomo come un animale sociale che trasmetteva la propria conoscenza attraverso la parola con una costante sempre valida, ovvero la narrazione. Raccontare storie è una pratica che l’uomo mette in atto da sempre, seppur in diversi modi: secoli fa lo faceva parlando, poi disegnando pittogrammi e geroglifici e infine scrivendo con alfabeti veri e propri. E anche se per qualcuno (Jean-François Lyotard, ndr) le grandi narrazioni hanno fatto il loro tempo, sta di fatto che negli anni, anche i più recenti, l’uomo ha continuato a raccontare storie, anche avvalendosi di strumenti difficilmente noti ad Aristotele: la stampa, la radio, la televisione, internet.

Storytelling: da sempre l’uomo racconta storie. Oggi semplicemente lo fa in modo diverso.

Premessa numero 2: quante volte abbiamo sentito la frase «un’immagine vale più di mille parole?», anche declinata a seconda delle circostanze in uno sguardo, una foto, e così via. Non sarà una massima di Osho né una profezia di Nostradamus, ma è un dato di fatto che siamo molto più attratti da contenuti visuali rispetto a un semplice testo scritto. Per non parlare della cosiddetta memoria fotografica: alzi la mano chi non ricorda una determinata situazione per uno specifico elemento visto in quel momento. Stiamo parlando di un processo invisibile, talmente interiorizzato in noi da non notarlo. Un processo che si attualizza ogni giorno intorno a noi, dalle vetrine dei negozi che ci piace guardare quando passeggiamo ai selfie che ci scattiamo nei momenti più interessanti; dalle emoji che ci scambiamo su WhatsApp fino alle GIF che carichiamo online e condividiamo sui social media.

visual

Ultima premessa: la numero 3. In un momento storico in cui le tecnologie della comunicazione hanno ristretto in maniera esasperata la distanza tra le persone, tra aziende e persone e tra aziende e aziende, presidiare questi spazi di interazione è diventata una prassi (o forse un must) sempre più sentita. Il buon Shakespeare può stare tranquillo: il problema allora non è essere o non essere presenti, ma piuttosto cosa dire e cosa non dire, come e perché farlo. Un brand oggi deve trasmettere emozioni, non solo informare i consumatori delle novità dell’ultimo prodotto lanciato sul mercato. Un brand oggi deve narrare sé stesso, i propri valori, la propria mission, e per farlo deve tener conto di ciò che succede intorno a lui.

Insomma, oggi più che mai un brand deve fare ciò che gli esseri umani fanno da sempre, in una maniera che tenga conto del potenziale dell’elemento visuale, trasmettendo emozioni, possibilmente contestualizzate alla realtà che vive lui e i destinatari dei propri messaggi. Facciamola breve, e non perché lo dice il titolo di questo articolo(!), parliamo di visual storytelling.

Brand e visual storytelling

L’attenzione verso il visual storytelling è oggi più importante che mai, soprattutto in considerazione dello spazio che occupa l’elemento visivo nel nostro quotidiano. I social media hanno dato nuova linfa al contenuto visivo. Da Instagram a Pinterest, da Slideshare a Facebook passando per Youtube e Tumblr. E che dire dell’accessibilità costante e ubiqua a queste piattaforme di social networking?

Da Instagram a Pinterest, da Slideshare a Facebook: i social media hanno dato nuova linfa al contenuto visivo.

Grazie al visual storytelling le aziende hanno l’opportunità di raccontarsi, generando curiosità, empatia, emozione, coinvolgendo i consumatori in modo attivo. La narrazione attraverso elementi visivi, lo abbiamo già detto, facilita il ricordo, perché le immagini si imprimono nella memoria con più velocità e facilità rispetto alle parole o ai testi scritti. E questo è ancor più vero online e in situazioni di real time marketing, quando cioè i brand sfruttano gli stimoli esterni per costruire una storia.

Ma una strategia di visual storytelling non va intesa come un’attività ad appannaggio esclusivo dei social media. In ottica di comunicazione integrata un brand che voglia ipotizzare una pianificazione che faccia uso del visual storytelling non può non tenere in considerazione tanto la presenza online quanto quella offline. Sito web, brochure, stand o temporary store, video e spot tv, social media, infografiche e presentazioni, cartellonistica, bus e metro e così via.

Sì, abbiamo volutamente mischiato capre e cavoli, o meglio strumenti e canali per un motivo: rendere evidente che siamo di fronte a un tipo di attività che non può essere confinata al singolo canale online piuttosto che alla sola pagina Facebook, tanto per fare un esempio.

storytelling

Certo, scegliere le immagini migliori per i nostri obiettivi è un’operazione né banale né scontata. Il visual storytelling è a tutti gli effetti una narrazione attraverso contenuti visivi: quando lo usiamo a scopi di marketing, dobbiamo essere certi che le immagini o le foto impiegate si adeguino all’universo valoriale della marca e raccontino una storia nel quale chi le vede possa immedesimarsi, trovarsi emotivamente coinvolto e, perché no, divenire veicolo di diffusione della stessa narrazione.

Articolo pubblicato sul sito web polkandunion.com il 2 marzo 2016 ed è disponibile al link www.polkandunion.com/ideas/visual-storytelling.

Fabio Stefano Alla

Fabio Stefano Alla

Social Media Specialist at Polk&Union
Laureato in Industria Culturale e Comunicazione Digitale alla Sapienza di Roma, è esperto di community management e comunicazione digitale. In Polk&Union dal settembre 2014, è social media specialist e account manager.
Fabio Stefano Alla

Lascia un commento