LYNCH@LONGTAKE

Il cinema di David Lynch sarà protagonista, sabato 26 Maggio, del Cine Detour, il workshop romano di LongTake tenuto dal direttore del dizionario di cinema online e critico del Sole 24 Ore Andrea Chimento e dal critico e redattore di LongTake Davide Stanzione.

Per l’occasione, proponiamo un’analisi, a firma di quest’ultimo, della terza stagione di Twin Peaks, che sarà al centro dell’ultima parte del workshop.

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Ascolta e presta attenzione al sogno del tempo e dello spazio.  Adesso tutto viene a galla, scorrendo come un fiume. Quello che è e quello che non è (Signora Ceppo, Twin Peaks 3×10)

La nuova stagione di Twin Peaks è appena terminata, già si parla di una possibile quarta, e gli echi devastanti di questa nuova tappa nella storia dell’audiovisivo contemporaneo sono, com’era prevedibile, ancora tutti da assorbire e metabolizzare.

A cominciare da quell’agghiacciante urlo finale, che pare annullare bruscamente l’intero dispiegarsi dell’attesissima terza stagione della serie culto di David Lynch e Mark Frost. Per azzerare tutto e riportarci indietro, all’alba dei nostri sogni infernali degli anni ’90, alle pendici di un eterno nastro di Möbius che è da sempre figura chiave e territorio simbolico imprescindibile dell’immaginario lynchiano.

Twin Peaks – e Lynch ci ha tenuto a confermarcelo con questo geniale ritorno 25 anni dopo – è innanzitutto passione, incubo, ossessione permanente. Uno stato di catatonica dannazione sensoriale e figurativa dal quale è e sarà sempre impossibile uscire. Un zona franca e ancora oggi rivoluzionaria dell’immaginazione e della creazione, su cui tutto può incidersi, sovrascriversi e infine azzerarsi e dissolversi con il corredo di un brivido lungo la schiena, o di una scarica elettrica: un prisma infinito, lungo 18 meravigliose ore, che tutto assorbe, filtra, fraziona.

La serie che cancella, dunque, e riscrive tutto daccapo, perché Lynch è riuscito nell’impresa di redarre un’altra pagina fondamentale per la sua e nostra epoca, un nuovo anno zero: se la prima stagione di Twin Peaks aveva fondato il concetto di serialità oggi così diffuso e spremuto in ogni dove, questo ritorno impone la necessità di superarlo, quel modello, di prenderlo in controtempo, di sabotarlo dall’interno con continue e spiazzanti sortite e altrettanto puntuali inceppamenti. A cominciare dalle gag con protagonista Dougie, che nel corso delle varie puntate si susseguono con straniante ripetitività.

Ma anche la serie che raddoppia e perfino triplica, perché il doppelgänger malvagio di Dale Cooper è un’intuizione narrativa di spaventosa rilevanza per l’evoluzione di quella maestosa e sconcertante narrazione sull’inconscio che David Lynch, divenuto ormai da tempo l’artista cinematografico più necessario in circolazione, perfino negli oltre dieci anni di assenza dopo INLAND EMPIRE, sta portando avanti dall’inizio della sua carriera.

Non a caso, la nuova Twin Peaks è anche un inno al potere della sparizione, alla scia terribile e viscosa che lasciano i nostri incubi non tanto nel momento in cui si materializzano, confusamente e caoticamente, ma più che altro in quello in cui si dissolvono, accartocciandosi su se stessi in una nube tossica di incertezza e irresolutezza che fa capolino nel sudore di un risveglio o nel cuore di una notte qualunque. Maledettamente impossibile da materializzare per davvero e figuriamoci, dunque, da attraversare razionalmente.

Non può essere classificata, la nuova stagione di Twin Peaks, non appartiene a una nessuna gerarchie di cose già viste e a nessun nesso di causa-effetto conosciuto, la comicità volontaria che la abita è anche la sua maledizione, la nostalgia che l’attraversa non è mai un’ottusa rievocazione caricata di rimpianto ma la certificazione che il passato cui abbiamo creduto di appartenere e al quale guardiamo con devozione spesso miope altro non è che una terra di nessuno, probabilmente nemmeno mai esistita.

Una consapevolezza così abissale e urgente, specie per dei tempi come i nostri che impongono una terrificante e manipolatoria dittatura della nostalgia, non può che essere la chiave di volta per leggere tutta la serie dalla giusta prospettiva: i nostri sogni e i nostri incubi sono, fatalmente e irrimediabilmente, la stessa identica cosa, non c’è vagheggiamento o guardarsi indietro che possa scagionarci dalla nostra mostruosità, non c’è una vera Laura Palmer da riportare in vita, niente di niente.

Solo una commozione sorda, ottusa e senza nome, che prende vita  dallo scollamento tra noi stessi e quell’imbuto senza via d’uscita, vertiginoso e accidentato, che sono le nostre nevrosi. Solo un genio come David Lynch poteva consegnarci, in una forma così tortuosa e torbida eppure così limpida, una verità tanto grande, da stringere al cuore con orrore, proprio come tutti i mostri che entrano nella camera della nostra mente quotidianamente e che non abbiamo il coraggio di chiamare per nome, di fissare in volto, e che pure continuiamo a coccolare con una devozione che riserviamo, esattamente come per i personaggi di Twin Peaks, a loro e solo a loro.

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