Dario Brunori: dai castelli di sabbia a un mondo che fa paura

Quando hai un esame all’università e sei l’ultimo dell’appello dicono che sei penalizzato, che c’è stanchezza da entrambe le parti. Stamattina nell’Aula Magna del Rettorato è arrivata la smentita. A darla, un allegro Dario Brunori, arrivato a La Sapienza ancor prima degli studenti per le prove dell’ultima tappa di “All’università tutto bene”.
Sono le 10:15 circa, gli studenti fremono mentre aspettano l’apertura delle porte. C’è chi, in fondo alla fila, è preoccupato perché non sa se riuscirà a entrare, chi invece si chiede chi sia questo “famoso” cantante calabrese e poi ci sono i seguaci dai tempi della sua nascita.
Alle 11 esatte è tutto pronto, eccolo che sale sul palco, accolto da un fortissimo e prolungato applauso. Dopo saluti e ringraziamenti, si accomoda sul divano di “casa Sapienza” insieme a Emiliano Colasanti, cofondatore della 42 Records e Vera Vecchiarelli, ricercatrice in Musicologia.
Il titolo del suo ultimo album “A casa tutto bene” descrive alla perfezione l’atmosfera che si è creata subito in sala. C’è calore, allegria, spensieratezza. C’è l’artista che scherza e la platea ipnotizzata dalle sue parole. Il luogo istituzionale è scomparso, è diventato il salotto di casa di ognuno dei presenti.

Bob Dylan: Chronicles. Volume 1 (2004, Feltrinelli)

Cafè Wha, Bleecker Street, MacDougall street, Gaslight: sono questi alcuni dei luoghi presso i quali si sviluppa il racconto autobiografico, in gran parte legato agli esordi artistici, di Bob Dylan, il musicista che ha segnato una pietra miliare nella storia della musica rock partendo dalle sue stesse radici folk.
Il primo volume delle Chronicles si sofferma soprattutto sull’epica degli inizi: l’amore per Woody Guthrie ed Hank Williams, Fred Neil che lo vuole scritturare per uno spettacolo con tanto di fenomeni da baraccone, la nascita del nome d’arte, il rapporto personale con lo stesso Woody Guthrie, lo stallo degli anni ’80 e la sensazione di non riuscire più a cantare in pubblico. E poi le parole di grandissimo apprezzamento per Joan Baez, quelle divertite su quel pazzo di David Crosby e un intero capitolo dedicato al rapporto con Daniel Lanois, l’artefice della sua rinascita artistica.
In tutto questo andare avanti e indietro nel tempo, con moltissime considerazioni personali sull’umanità, la letteratura, la politica, la canzone, il senso della musica, il cinema, Dylan dedica appena una riga all’incidente con la motocicletta che ebbe nel 1966 e che quasi gli costò la vita: “Ho avuto un incidente in motocicletta e sono rimasto ferito, ma sono guarito. La verità è che volevo tirarmi fuori dalla concorrenza”.

Tra fake news e chilling effect: il giornalismo che sopravvive

«Il giornalismo è una professione in cui conta molto la passione, ma questa passione merita di essere giustamente retribuita». Con queste parole il Presidente del Senato Pietro Grasso ha dato il via alla II Edizione dell’Osservatorio sul giornalismo realizzato dal Servizio Economico-Statistico dell’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), che si è tenuto nel pomeriggio di mercoledì 29 marzo nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani.
Un’analisi dettagliata sulla crisi e l’evoluzione del mondo dell’informazione, fatto sempre meno di carta stampata e notizie di qualità, le quali hanno ceduto il posto d’onore ai social media e al surplus informazionale. Un livellamento in discesa che ha distorto il valore di un mondo i cui mutamenti sono notevoli. Questi gli elementi salienti emersi dalla presentazione del rapporto e dalla proficua discussione con ricercatori, giornalisti ed esperti.

Galli della Loggia e i giovani (comunicatori) d’oggi

Il punto di vista conservatore sul mondo assomiglia sempre allo stereotipo dei lamenti del nonno. Alcuni tratti della modernità lo disturbano, soprattutto quelli dei giovani. Soprattutto se vanno in Parlamento o osano studiare Scienze della comunicazione.
Il punto di vista conservatore sul mondo assomiglia sempre allo stereotipo dei lamenti del nonno, al discorso morale di una persona anziana. Il Corriere della Sera è il prototipo della stampa conservatrice, i suoi editoriali ne sono il modello. Ernesto Galli della Loggia il suo campione.

Khojaly, il genocidio dimenticato

khojaly, il genocidio dimenticato

25 anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, si consumò la strage di Khojaly: il più feroce eccidio di civili nel conflitto in Nagorno Karabakh. 613 persone, tra i quali 63 bambini, vennero massacrate dalle forze armene con il supporto di reparti dell’esercito russo. Le vittime fuggivano dalla cittadina di Khojaly, che era stata presa d’assedio dall’Armenia soprattutto per il suo alto valore strategico; era infatti la sede dell’unico aeroporto della regione. A un quarto di secolo la strage rimane impunita, nessun processo è stato tenuto e i responsabili non sono mai stati perseguiti.

Un anno e un mese senza Giulio Regeni

Un mese fa, le celebrazioni per ricordare il ricercatore ucciso al Cairo il 25 gennaio 2016 si sono aperte alla Sapienza, con un’affollata e partecipata manifestazione dal titolo #365giornisenzagiulio.

C’è Sanremo per te!! Nell’era dello storytelling il Festival della canzone italiana ha perso la sua storia

Sanremo2017

Il festival debutta col botto: la prima serata è stata vista in media da 11 milioni 374 mila spettatori con una media del 50,4% di share. La prima parte della serata (dalle 21.14 alle 23.52) è stata seguita da 13 milioni 176 mila spettatori pari al 50.1%, la seconda parte (dalle 23.57 alle 00.54) da 6 milioni 177 mila con il 51.9%.
Nonostante gli ascolti, siamo di fronte ad un festival, almeno alla prima puntata, completamente ingessato, privo di emozioni narrative e seduzioni complesse. Paradossalmente la De Filippi, che ha fatto delle storie e del suo racconto un elemento di rottura e distinzione, non ha contribuito alla narrazione sanremese.
Allo stesso modo Carlo Conti, il quale nei suoi programmi televisivi (e nelle edizioni precedenti del Festival), aveva regalato qualche sprizzo di coinvolgimento televisivo è apparso sotto tono, un semplice postino alla corte di Maria.
Maria e Carlo, Carlo e Maria, “I promessi sponsor” come li ha definiti Crozza, sembravano voce (quasi) fuori campo, narratori puri, privi di spessore autorale.