Da “L’altra domenica” all’altra TV

Giovedì 18 maggio 2017, durante la lezione del corso di Culture e industrie della televisione – Laboratorio sui formati e i generi televisivi della Prof.ssa Mihaela Gavrila, è  intervenuto con grande sorpresa Renzo Arbore.

Gli studenti del corso hanno avuto la possibilità di confrontarsi con un grande maestro dell’industria culturale italiana

A seguire alcuni stralci del suo intervento

EC, smartphone-casa

Tirocnio extracurricolare

In quei momenti in cui il mondo vi sembra grigio, in cui vorreste solo un gatto, un camino e il divano – e avete solo il divano – la vostra tempesta interiore si contorce e, fuori da ogni controllo, vi spinge a impossessarvi dello strumento del demonio, lo smartphone. Dopo aver visto tutte le video-ricette di Facebook, i gattini di Instagram e aver persino passato in rassegna le foto profilo di WhatsApp, resta solo una cosa, l’ultima spiaggia del sadismo: i profili LinkedIn.

Più irrequieti di un gatto forastico, più verdi di Hulk,

profilo dopo profilo, vedrete il mondo andare avanti a vostra insaputa, riempiendo tabelle e creando collegamenti. Leggerete di stage, placement, internship e traineeship e a quel punto un’irrefrenabile ambizione vi chiederà: perché io no? e a qualunque costo vi implorerà di trovare uno straccio di qualcosa+ship da piazzare sotto alla foto oblò (l’unica cosa che siete riusciti ad inserire).

Bando subito

bando

Manca, poco. Qualche giorno e dalle ore 12:00 di lunedì 8 maggio sarà possibile candidarsi per scampare dalle calamità virali del fugo cervellus e della mammonites. Cosa sono? Evidentemente vi siete persi la prima puntata e non sapete nulla di “Torno Subito” e del vaccino contro una serie di problemi tipicamente giovanili. È una questione che stiamo cercando di spiegare un po’ per volta…

Cosa fare prima di questa data? Leggere accuratamente il bando.

Più difficili di uno stradario per un millennial, più fitti di un foglietto illustrativo, i bandi sono da sempre una categoria demonizzata dalla società tutta, senza distinzioni di età, cultura e pazienza.
Il bando generalmente esercita la propria influenza sui destinatari attraverso la celeberrima procedura del “telefono”: a leggerlo è di solito uno (il frustrato), a riportarlo due (i furbetti), a usufruirne tre (i comodi), e l’operazione di ripete in diversi gruppi. L’approssimazione mista a confusione con la quale il bando viene recepito dall’ultimo della sventurata catena è uguale a quella ostentata da una illuminata ultraottantenne che spiega alle sue coetanee come utilizzare una app di messaggistica istantanea.

Fuga dal manicheismo: fake news, post-truth o giornalismo?

Da diversi mesi a questa parte, praticamente non passa giorno senza che numerosi protagonisti del dibattito pubblico (politico e non solo, italiano e non solo) si accusino vicendevolmente di voler condizionare l’opinione pubblica attraverso il ricorso strumentale a fake news, ovvero notizie/non-notizie costruite ad arte sulla base di fatti non veri, incompleti o strumentalmente interpretati, e riguardo ai quali vige il presupposto che sia l’autore, sia chi ne fa uso e contribuisce a diffonderli, siano pienamente consapevoli di ciò. Queste notizie/non-notizie possono essere veicolate sia attraverso i news media del giornalismo mainstream come stampa e televisione (e in questo caso l’accusa di manipolazione proviene tendenzialmente da quella parte di opinione pubblica che si considera “antisistema”) sia attraverso contenuti che nascono e soprattutto si diffondono via web e social network sites, ospitati da pagine e/o all’occorrenza testate (o testate/non-testate) che scimmiottano, a volte anche nel nome stesso, i news media tradizionali.

Un vaccino per la mammonites. E anche per la fugo cervellus

Vaccino contro mammonites e fugo cervellus, l'esperimento del Torno Subito

Che vi piaccia definirlo male del secolo o crisi generazionale poco conta. Il fatto è che nel cittadino italiano tra i 18 e i 35 anni di età possono manifestarsi due virus identificabili con i nomi scientifici di “fugo cervellus” e “mammonites”, due fantomatiche calamità sociali frutto dell’italica post-contemporaneità (il post funziona sempre).

I giovani affetti da fugo cervellus hanno maturato un sentimento di rottura con le proprie origini e, rassegnati da un futuro poco prospero in patria, hanno scelto di vivere da esuli laddove le loro competenze vengono considerate. Stando ai dati AIRE rielaborati nell’ultimo Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, i c.d.  fugo cervellus nell’ultimo anno hanno rappresentato il 36,7% degli italiani espatriati. Tuttavia, secondo profane constatazioni, è in aumento il tasso degli ipocondriaci, coloro che fuggono senza titoli e obiettivi, alla mera ricerca di emozioni.  Forse è proprio a questi ultimi che, nel dicembre scorso, di fronte alle ingenti percentuali di giovani italiani emigranti, il ministro del Lavoro Poletti intendeva riferirsi nella sua nota dichiarazione relativa a «gente che è andata via ed è bene che stia dove è andata».

Dario Brunori: dai castelli di sabbia a un mondo che fa paura

Quando hai un esame all’università e sei l’ultimo dell’appello dicono che sei penalizzato, che c’è stanchezza da entrambe le parti. Stamattina nell’Aula Magna del Rettorato è arrivata la smentita. A darla, un allegro Dario Brunori, arrivato a La Sapienza ancor prima degli studenti per le prove dell’ultima tappa di “All’università tutto bene”.
Sono le 10:15 circa, gli studenti fremono mentre aspettano l’apertura delle porte. C’è chi, in fondo alla fila, è preoccupato perché non sa se riuscirà a entrare, chi invece si chiede chi sia questo “famoso” cantante calabrese e poi ci sono i seguaci dai tempi della sua nascita.
Alle 11 esatte è tutto pronto, eccolo che sale sul palco, accolto da un fortissimo e prolungato applauso. Dopo saluti e ringraziamenti, si accomoda sul divano di “casa Sapienza” insieme a Emiliano Colasanti, cofondatore della 42 Records e Vera Vecchiarelli, ricercatrice in Musicologia.
Il titolo del suo ultimo album “A casa tutto bene” descrive alla perfezione l’atmosfera che si è creata subito in sala. C’è calore, allegria, spensieratezza. C’è l’artista che scherza e la platea ipnotizzata dalle sue parole. Il luogo istituzionale è scomparso, è diventato il salotto di casa di ognuno dei presenti.

Bob Dylan: Chronicles. Volume 1 (2004, Feltrinelli)

Cafè Wha, Bleecker Street, MacDougall street, Gaslight: sono questi alcuni dei luoghi presso i quali si sviluppa il racconto autobiografico, in gran parte legato agli esordi artistici, di Bob Dylan, il musicista che ha segnato una pietra miliare nella storia della musica rock partendo dalle sue stesse radici folk.
Il primo volume delle Chronicles si sofferma soprattutto sull’epica degli inizi: l’amore per Woody Guthrie ed Hank Williams, Fred Neil che lo vuole scritturare per uno spettacolo con tanto di fenomeni da baraccone, la nascita del nome d’arte, il rapporto personale con lo stesso Woody Guthrie, lo stallo degli anni ’80 e la sensazione di non riuscire più a cantare in pubblico. E poi le parole di grandissimo apprezzamento per Joan Baez, quelle divertite su quel pazzo di David Crosby e un intero capitolo dedicato al rapporto con Daniel Lanois, l’artefice della sua rinascita artistica.
In tutto questo andare avanti e indietro nel tempo, con moltissime considerazioni personali sull’umanità, la letteratura, la politica, la canzone, il senso della musica, il cinema, Dylan dedica appena una riga all’incidente con la motocicletta che ebbe nel 1966 e che quasi gli costò la vita: “Ho avuto un incidente in motocicletta e sono rimasto ferito, ma sono guarito. La verità è che volevo tirarmi fuori dalla concorrenza”.