” Subculture politiche e geografia elettorale: la (ex?) zona rossa “: così si intitola uno dei capitoli del volume frutto della ricerca sulle elezioni politiche del 2018 condotta degli Osservatori Mediamonitor Politica e di Sociologia Elettorale del CoRiS, e dall’Archivio Spot Politici del Dipartimento di Filosofia Comunicazione e Spettacolo dell’Università di Roma Tre.

All’indomani del voto in Emilia-Romagna, abbiamo posto a Fabrizio Martire una delle domande chiave del libro: ha ancora senso parlare di “zona rossa”?

In una recente pubblicazione[1] che analizzava i trend elettorali nelle cosiddette regioni “rosse” si avanzava l’ipotesi che il declino elettorale della sinistra (documentato da decine di studi di sociologia elettorale e politologia) possa essere spiegato in termini di rapporto tra politica e territorio. In particolare, si è sostenuto, la crisi elettorale della sinistra può essere letta come il riflesso della diminuita capacità dei partiti eredi del PCI (PD in testa) di agire come soggetti mediatori, in grado di valorizzare/proteggere le specificità di certe sub-culture locali molto radicate rispetto agli indirizzi di politica nazionale e internazionale. Nel tempo questo declino (lento, ma sistematico) ha aperto uno spazio elettorale in cui, in momenti diversi, si sono inseriti il Movimento 5 stelle e la Lega; il primo come interlocutore del civismo e dell’associazionismo dal basso tipico delle regioni rosse; la seconda come difensore del tessuto economico-produttivo minacciato (nelle percezioni dei cittadini) dalla globalizzazione.

Come si inscrive in questo quadro il successo (o forse sarebbe meglio dire la tenuta) elettorale del PD e dei suoi alleati alle elezioni del 26 gennaio? Si tratta di un’inversione di tendenza? La ex zona rossa è di nuovo rossa?

Piuttosto che risposte conclusive, “a caldo” vengono in mente ipotesi su cui discutere e, magari, fare ricerca. La Lega in Emilia Romagna è forte; con il 32% di preferenze è seconda (e di pochissimo) solo al Partito Democratico. Il vero stravolgimento rispetto al trend delle ultime elezioni nella Regione è il crollo del Movimento 5 stelle, che da quelle parti è nato. In termini di sub-culture territoriali sembra che il Movimento abbia perso lo stesso spazio che, in Emilia Romagna, aveva sottratto alla sinistra tradizionale: quello del civismo / associazionismo dal basso. Già nel saggio sopra citato si ragionava sui primi scricchiolii elettorali del Movimento di Grillo (dopo l’exploit alle Politiche del 2013 si nota un’evidente riduzione dei consensi alle Europee del 2014 e alle Regionali del 2015, seguita peraltro da una risalita alle Politiche del 2018), attribuendoli alla sua proiezione sullo scenario nazionale, che lo allontanava dalle sensibilità e dalle logiche dell’associazionismo civile spontaneo, cioè l’ambiente sociale in cui è nato e ha mietuto i primi successi elettorali.

Le “sardine”, ma qui dall’ipotesi si passa alla suggestione, potrebbero stare occupando quello spazio, riportando le tradizioni civiche delle regioni rosse nell’alveo politico-elettorale della sinistra tradizionale. Forse a tutto questo ha pensato Zingaretti quando a caldo ha dichiarato: “Grazie sardine!”

Articolo pubblicato sul blog dell’Osservatorio Mediamonitor Politica

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