Come se niente fosse, di Gianfranco Pecchinenda

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Micro storie che nascondono vite, universi, sogni e illusioni pervasi dall’introspezione, dall’ansia e dall’angoscia di un presente che non è mai come appare. Personaggi che si muovono fluidi, in un limbo liquido, ambiguo, tra realtà e finzione, sonno e veglia, portando con sé un lettore di primo acchito spaesato, poi coinvolto e impastato in questa amalgama che non lascia possibilità di fuga. Coinvolgono i racconti di Gianfranco Pecchinenda, raccolti in una pubblicazione che porta il titolo del primo pubblicato all’interno del volume “come se niente fosse” (edizioni ad est dell’equatore), che in sé riassume un atteggiamento di finto coraggio, ad affrontare la vita “come se niente dovesse accadere, come se tutto non dovesse mai finire, come se niente fosse”.

I protagonisti degli racconti proposti sono accomunati da una visione ingenua del mondo, percepita attraverso uno sguardo la cui peculiarità è di restare costantemente in bilico, a cavallo della sempre precaria frontiera che separa la realtà quotidiana da quella della letteratura. Una zona grigia, quella in cui sono immersi e da cui, forse per brevi, cenni, sono emersi questi personaggi, in cui a tratti si rendono improvvisamente le a volte dolorose questioni esistenziali che il senso comune tende con prudenza a celare sotto la superficiale patina delle convenzioni e delle consuetudini. Le conseguenze del proprio pensiero sono un’arma da cui non è possibile difendersi, una volta innescato il processo del pensare, esse sono in agguato come predatori nascosti nel buio in attesa di dilaniare la preda, con più o meno soddisfazione.

Una ineluttabilità ben espressa dal protagonista del racconto “reliquia” in cui la programmatica messa in scena dei fatti non lascia via di scampo, e la programmazione fin nei minimi dettagli di un estremo gesto viene portata avanti fino alle altrettanto estreme conseguenze con lucidità crudele e inaspettata. In questo senso ci sorprendono i personaggi di Pecchinenda, a un primo apparire, banali, pazzi, omuncoli senza arte ne parte, che nello svolgersi di poche pagine trovano, a volte, un riscatto, inatteso, non agli occhi del mondo, ma almeno di se stessi e di un lettore intimo e attento alla loro psicologia. Come il protagonista di “una pizza”, trentaquattrenne professore di lettere classiche che ancora vive con la madre e di questa è succube, tanto da farsi guidare e sovrastare da lei in ogni momento della sua vita, anche se “capace di gesti estremi” come prendersi un caffè al bar senza il di lei permesso, fumare una dietro l’altra due sigarette ogni mattino prima di entrare in aula o deviare dal percorso programmato casa scuola, un giorno, per andarsi inaspettatamente a mangiarsi una semplice pizza. Ma nulla è semplice per chi dietro all’ossessione e al ripetersi del gesto cerca e forse in apparenza trova un sostegno all’horror vacui del quotidiano, una rete seppur sbrindellata a cui aggrapparsi per non cadere nel nulla dello scorrere del tempo.

L’autore, che per vent’anni dall’infanzia ha vissuto in Sudamerica, è oggi professore di sociologia all’Università Federico II di Napoli e ha già pubblicato, oltre a diversi saggi, altri romanzi tra cui “L’ombra più lunga” (Colonnese, 2009); “Essere Ricardo Montero” (Lavieri, 2011) e “L’ultimo regalo” (Lavieri, 2013).

Intervista a Gianfranco Pecchinenda:

Come sono nati questi racconti?

In genere comincio a scrivere racconti o romanzi quando proprio non riesco ad affrontare diversamente le mie ossessioni di tipo personale. Qualcosa, una persona o un evento suscita il mio stupore, colpendomi al punto tale da cominciare a perseguitarmi mentalmente. Per affrontare la situazione provo allora ad oggettivarla inserendola in qualche riflessione che trascrivo da qualche parte (spesso su un taccuino). Talvolta, come è accaduto anche nel caso di questi racconti, alcune di queste riflessioni si trasformano poi, quasi autonomamente,in idee per una storia. Allora mi siedo alla scrivania e mi costringo a scrivere senza pormi alcun particolare tipo di progetto di tipo narrativo. Non controllo quasi mai quello che scrivo, se non prima di aver finito. Solo dopo, a lavoro concluso, comincio a leggere, rileggere, correggere e provo a dargli una forma.

I personaggi che li abitano hanno un legame con il reale oppure no?

La risposta è certamente sì. Devo però aggiungere che mi risulta alquanto difficile distinguere di che tipo di legame si tratti. Per uno scrittore, come diceva il grande Borges, la distinzione tra personaggi reali e personaggi di fiction è sempre molto labile. Noi stessi, dopo la nostra morte, saremo tanto reali o irreali quanto lo sono i personaggi letterari. Non ci sono due modi diversi di immaginare un personaggio, e il fatto che uno sia stato creato con le parole e l’altro esista in carne ed ossa, non presuppone alcun tipo di differenza, almeno dal punto di vista letterario: immaginiamo entrambi in modo identico.

Loro sembrano non voler dimostrare nulla e lei nello scriverli?

Come già accennato, quando comincio a scrivere non ho mai in mente un progetto preciso. Pertanto la risposta dovrebbe essere no: non avevo intenzione di dimostrare nulla! Rileggendo però i diversi racconti, trovo che essi siano accomunati da una serie di idee ricorrenti, riassumibili attraverso il riferimento ad una prospettiva alquanto stabile. Innanzitutto l’idea di base, già accennata, relativa al rapporto tra Realtà e Finzione: a quanto appena detto, vorrei solo aggiungere che il discorso umano non può mai fare a meno della menzogna. Come diceva Nietzsche, “quante cose lascia perdere colui che sente d’essere in possesso della verità!!!”. –   Ce n’è uno in particolare a cui è affezionato o che al contrario la infastidisce e perché?

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