Il dono di nozze, di Lucio D’Alessandro

“Romanzo epistolare involontario sui Reali d’Italia scritto nel 1896 da Gabriele D’Annunzio e altri personaggi d’alto affare”: così recita il sottotitolo del nuovo libro di Lucio D’Alessandro, accademico di lungo corso, oggi rettore dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e vicepresidente della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), con il “vizio” della narrativa. Questo romanzo arriva infatti dopo la pubblicazione di altri tre titoli: Racconti di Natale (1993), Storie di Santi o quasi (2004) e Il medico dei vicoli (2010).

Lo scenario è quello dell’Italia di fine Ottocento, per la precisione dell’autunno 1896, anno in cui il paese attraversa una difficile crisi politica aggravata dalla disfatta militare in Africa. Ma non è il contesto storico-sociale a catturare l’attenzione dell’autore, bensì un episodio privato della vita di corte dei Savoia.

Le dame di Sua Maestà la regina sono infatti in fermento: devono scegliere un regalo adatto a onorare le nozze di Vittorio Emanuele, principe di Napoli, ed Elena del Montenegro, “principessa delle meraviglie”, scelta secondo una precisa strategia di equilibri europei. Il matrimonio è un affare di Stato, difficile da combinare per via della situazione politica dell’epoca e a causa della mancanza di candidate idonee. Elena del Montenegro viene probabilmente “selezionata” a tavolino dalla stessa regina Margherita, ma a far decidere il futuro re sarà la conoscenza personale con la fanciulla, prima a Venezia e poi a San Pietroburgo, dove lei era stata in collegio.

Ad assumersi l’onere, e l’onore, di scegliere il dono adatto è la principessa di Strongoli, Adelaide Pignatelli del Balzo, distintasi tra le dame di Margherita per intelligenza e cultura. La dama, avvalendosi dei consigli e della mediazione di un collezionista e ceramologo napoletano, Giovanni Tesorone, concepisce un ambizioso progetto: far dipingere a uno dei più grandi artisti nazionali, Francesco Paolo Michetti, una tela di fine e ricercata fattura, nella quale sia immortalato il paesaggio montenegrino; impreziosire poi il quadro con una finissima cornice artistica, ideata da uno tra i primi decoratori italiani, Augusto Burchi; arricchirlo infine con un bel nastro recante incisa una strofa poetica composta da Gabriele D’Annunzio.

La nobile missione dovrà guidare, verso un comune ragguardevole scopo, la diversa natura e gli svariati bisogni degli artisti coinvolti: un affidabile artigiano, abituato a lavorare con rigorosa precisione, un pittore appartato ed eccentrico, conosciuto per le sue inquietanti stravaganze, e uno scrittore alla moda, eccentrico e volubile. Un arduo compito, non facile da portare a compimento, ricostruito da D’Alessandro attraverso un ricco apparato di documenti originali recuperati nell’archivio storico dell’Università Suor Orsola Benincasa e inseriti nella trama attraverso efficaci artifici narrativi ispirati alla prosa dannunziana.

Nella “preistoria del romanzo” (le ultime pagine del volume), l’autore ne spiega la genesi, definendola “una rinascita di carte polverose e personaggi dimenticati, testimoni silenziosi di una età lontana rimasta a molti ignota”. Ignota è anche la sorte toccata al quadro: pare che la principessa Elena si legò ad esso ancora di più dopo la morte del consorte, tanto da portarlo con sé nella casa di campagna di Mas de Rouel e avendone cura fino alla fine della sua vita; l’opera sarebbe in seguito scomparsa, rimanendo ancora oggi un mistero capace di ispirare storie affascinanti come questa.

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