Lo studente. Patrizio, poi il prof. Di Nicola, veniva da lontano. Era riuscito a toccare vette molto alte nella sua professione. Egli veniva da un padre ferroviere e ha risentito per tutta la sua vita della cultura tipica dell’aristocrazia operaia. Quella dei macchinisti, così efficacemente descritta da Francesco Guccini in La Locomotiva. Quella cultura che ti porta a essere istintivamente dalla parte dei poveri e degli esclusi. Essa era ed è tipica degli operai skilled piuttosto che di quelli unskilled, per usare una terminologia adottata da Engels (in La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845). Questa propensione si esprimeva attraverso una forma di solidarietà che lo ha portato a interessarsi di chi sta male e studiare con grande attenzione il lavoro e le sue degenerazioni dal taylor-fordismo in avanti.

Patrizio, dunque, aveva una particolare sensibilità sociale per le questioni più gravi del nostro sistema socio-economico. Non credo sia un caso che – ancora molto giovane, ma con idee già ben chiare in testa – abbia scelto di iscriversi alla facoltà di Sociologia. E neppure un caso che abbia deciso di laurearsi con Aris Accornero, dal quale ha attinto a man bassa tutto quello che poteva, confrontandosi, non di rado, in modo diretto e franco con un maestro di chiara fama.

Patrizio si laurea nel 1981 con una tesi sulla “gioia del lavoro” di Henri De Man, un famoso politico belga vissuto nello scorso secolo. Comincia a frequentare la cattedra, a partecipare ai vari seminari che docente e assistenti svolgevano in uno stanzone (bruttissimo) di via Magenta per pochi studenti volenterosi e motivati (bellissimi). Quei seminari rappresenteranno un motivo di formazione importante per i suoi partecipanti, un vero e proprio think tank. La metodologia era la stessa che si usava per gli incontri organizzati dalla sezione ricerche sociali del Cespe (il centro studi del Partito Comunista Italiano). La differenza consisteva nel fatto che qua ci si poteva esprimere assai liberamente, là il profilo dei partecipanti e il luogo imponevano più accortezza nell’esposizione.

Con il tempo Patrizio cresce e guadagna uno spazio di autonomia e di ricerca. Insieme con il suo maestro scrive tante cose straordinarie: forse la più preziosa è stata un contributo sulla flessibilità e gli orari di lavoro in un testo curato dalla Confindustria nel 1996 (1). Un anno prima Patrizio aveva condotto una conversazione con Accornero pubblicata nel relativo libro uscito per i tipi della Ediesse (2).

– Il ricercatoreEgli ha sempre manifestato, da che io ricordi, una speciale attenzione per la tecnologia e le sue conseguenze nel mondo della produzione. Per questa ragione è alquanto naturale che si getti a capofitto nello studio del telelavoro (3). Lo fa insieme a un altro grande nome della sociologia, Domenico De Masi, entrambi rapiti dalla convinzione che si stesse per realizzare un’utopia perseguita da decenni nella società industriale, ovvero la possibilità ricongiungere quei luoghi che il taylor-fordismo aveva separato e reso incompatibili – la casa e la fabbrica. Purtroppo Patrizio non è stato gran che assecondato dalla storia. Ha proseguito poi con le ricerche sulla flessibilità dell’occupazione e sulla precarietà dei giovani, delle donne, dei marginali. Storie precarie (4) è un testo che va letto con attenzione.

Continuando con determinazione e con orgoglio il suo percorso di ricerca, Patrizio si è inoltrato nelle questioni relative allo smart working e all’industria 4.0; un altro modo per affrontare le complesse relazioni tra le persone e la tecnologia sul posto di lavoro, e le conseguenze che queste implicano nella vita quotidiana. Gli obiettivi che ha perseguito nei suoi tragitti di ricerca sono, quindi, chiari: era ammaliato dalle potenzialità insite nelle innovazioni tecnologiche e dalle loro promesse al punto di restare deluso quando ha constatato che la realtà dei fatti andava da un’altra parte.

– Il docenteEgli è stato anche un attento docente e ha saputo portare i dipartimenti che nella sua vita ha attraversato in una dimensione internazionale, al di qua e al di là dell’Atlantico. La propensione a conoscere nuovi mondi non l’ha tenuta per sé, l’ha voluta condividere con tanti di noi, ma soprattutto con tanti studenti organizzando una miriade di Summer School in diverse università americane, compresa la New York University, la Ucla University e il Cuny College.

È stato un protagonista di primo piano anche in un’importante rete internazionale – l’European Network on Regional Labour Market Monitoring (Enrlmm) associata a un istituto di ricerca dell’università di Francoforte – dove ha contribuito a rendere più ricchi i meeting che ogni anno sono organizzati in questa o in quella città europea.

Credo che avesse chiaramente in testa che il nostro è un Paese piccolo e di periferia rispetto ai centri vitali di studio e di ricerca che si trovano al di fuori dei confini nazionali.

Patrizio è entrato e uscito dall’università. La sua personalità vulcanica e guizzante non gli consentiva di attenersi alle regole imposte dalla struttura accademica, men che meno negli ultimi anni nei quali i sistemi di valutazione rischiano di soffocare le curiosità e le creatività dei ricercatori (dovuta a un modello burocratico che ammanta di grigio la ricerca scientifica). No, un ambiente del genere non era fatto per lui.

– L’uomo. Patrizio si è mosso sempre con determinazione e orgoglio, due importanti connotati ferrigni dell’aristocrazia operaia. La cultura dell’acciaio che ha modernizzato l’Italia dagli anni cinquanta in poi ha toccato anche Patrizio e lo ha segnato nel suo modo schietto e diretto di rapportarsi agli altri. Lui non si spaventava mai ed era capace di affrontare qualunque situazione con una buona dose di sagacia, sia nella ricerca, sia nelle attività didattiche che nei meeting internazionali ai quali abbiamo partecipato molto spesso insieme con reciproca soddisfazione e piacere.

Patrizio era una brava persona, era un caro amico, se n’è andato troppo presto. Lo abbiamo perso. Ma non abbiamo perso la sua propensione alla curiosità, la conoscenza e il piacere per la vita.

In questi giorni molti hanno sottolineato il suo sorriso e il suo warm heart.

Era un gran chiacchierone, ironico e sorridente. E così a noi piace ricordarlo.

1) ^ A. Accornero, P. Di Nicola, La flessibilità e gli orari di lavoro, in G. Galli (a cura di), La mobilità della società italiana, Confindustria, Sipi, Roma, 1996.
2) ^ A. Accornero, Ancora il lavoro, Conversazione con Patrizio Di Nicola, Ediesse, Roma, 1995
3) ^ P. Di Nicola (a cura di), Il manuale del telelavoro, Seam, Roma 1997.
4) ^ P. Di Nicola et al., Storie precarie. Parole, vissuti, diritti negati della generazione senza, Ediesse, Roma, 2014.

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