È passato esattamente un secolo da quando venne pubblicato Wissenschaft als Beruf, la conferenza di Max Weber destinata a dare una prima, robustissima scossa all’allora esclusivo mondo accademico. Da quell’epoca – come vuole il luogo comune – di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima e anche il nostro Belpaese ha nel frattempo raccolto una fittissima pubblicistica, quasi sempre sotto la forma del pamphlet, con la quale sono stati raccontati gli endemici mali dell’università italiana. Se già un libro come quello di Felice Froio, Le mani sull’università, parafrasava il titolo di un celeberrimo film di Francesco Rosi che denunciava l’affarismo camorristico, L’università dei tre tradimenti suscitò uno scalpore ancora maggiore. Lo scrisse Raffaele Simone, professore emerito di fama internazionale, che in quel saggio denunciava il tradimento perpetrato dall’università italiana nei confronti dello Stato, della ricerca e degli studenti. E ancora non era arrivata la legge Gelmini a dare il colpo di grazia. Gli fecero eco, con pubblicazioni sempre più ravvicinate nel tempo, il filosofo catodico Maurizio Ferraris (Un’Ikea di Università), la giornalista Cristina Zagaria (Processo all’università), un linguista espatriato all’università di Oxford (I baroni), lo scienziato della politica Gianfranco Viesti (La laurea negata) e moltissimi altri, tra carneadi e professoroni supertitolati. A questo profluvio di pubblicistica dalla forte tensione idealistica – peraltro iperbolicamente arricchito nel tempo dagli umori che ribollono costantemente sulle pagine web di ROARS – queste righe non hanno la pretesa di aggiungere nulla. Vogliono soltanto limitarsi a mostrare una faccia recente dell’università italiana, non contemplata all’epoca della conferenza weberiana: quella dell’autoacclamazione. Se ai tempi di Weber il giovane aspirante alla carriera accademica poteva avvicinarsi all’obiettivo «dopo aver interpellato e ottenuto l’approvazione del professore titolare della materia, sulla base di un libro e di un esame, per lo più semplicemente formale, davanti alla facoltà» e a condizione – tuttora valida in molti casi – di avere un’adeguata copertura finanziaria alle spalle («per un giovane studioso privo di patrimonio – scriveva Weber – è infatti straordinariamente rischioso, in generale, esporsi alle condizioni della carriera accademica»), oggi potrebbe essere sufficiente una buona dose di tracotanza, combinata con il beneplacito di accademici compiacenti e qualche spicciolo da dare a editori-tipografi per ispessire un curriculum farlocco. Per gli altri, continua a valere la sciarada weberiana: «crede di poter tollerare di vedersi passare avanti, di anno in anno, una mediocrità dietro l’altra, senza amareggiarsi e corrompersi interiormente?».

Ecco dunque il capitolo – riportato con la consapevolezza che da queste righe tracimi non solo lo scoramento per la violazione dei più elementari principi di netiquette, ma anche una buona dose di indignazione – che va ad arricchire questa deprimente panoplia.

I fatti sono questi: mi scrive una persona – mai vista né conosciuta – che si autosponsorizza per fare la mia assistente con lo scopo di rimpinguare il suo curriculum (?!). Permettetemi qualche chiosa nel testo e l’ovvia omissione dei nomi di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda. Di seguito la sua mail.

Gentile prof. Nobile, mi presento, sono [omissis], dottore di ricerca, sociologa della devianza, de l’università La Sapienza di Roma. Ho origini [omissis], [omissis], mi laureai in [omissis] con indirizzo sociologico all’università [omissis] di [omissis], frequentai in seguito il corso di specializzazione di sei mesi in [omissis] nella medesima università, collaborando inoltre in cattedre di sociologia generale e sociologia della devianza con docenti, diventati poi carissimi amici, quali: il prof. [omissis], il prof. [omissis], la prof.ssa [omissis], collaborando anche [omissis], vinsi poi il dottorato di ricerca in [omissis], con borsa di studio, area sociologia, nel dipartimento di [omissis] nella facoltà di Scienze Politiche a l’università La Sapienza, nella quale ho cari amici docenti in alcuni dipartimenti, quali: il prof. [omissis], il prof. [omissis], la prof.ssa [omissis], il prof. [omissis], carissimo amico di mio zio (sic, n.d.r.), il prof. [omissis]

, direttore di [omissis], il prof. avv. [omissis] ed altri ancora, oltre che il carissimo amico, vostro ex direttore di dipartimento (questo riferimento lo lascio perché è assolutamente falso: la ragazza fa palesemente confusione e non si prende neppure la briga di controllare ciò che scrive. La persona in oggetto non ha mai insegnato da noi né nella nostra facoltà, n.d.r.), prof. [omissis], ora docente emerito di [omissis]. A breve sarò candidata per le abilitazioni di sociologia generale e criminologia, vogliono (e qui siamo all’investitura dall’alto, n.d.r.) che sia in entrambe le aree, anche in sociologia generale. Sto ora ultimando le pubblicazioni per quell’impegno (giusto! Si scrive per quello, mica perché si ha qualcosa da dire o su cui fare ricerca, n.d.r.), seguita da loro. La contatto per una ragione. Ho trascurato ultimamente in parte la sociologia generale, pur essendo sempre stata in cattedre di entrambe le discipline, ho parlato con tali amici, alcuni dei quali conoscono Lei e La stimano molto (a spanne, dai nomi riportati, direi che le cose stanno esattamente al contrario, n.d.r.). Per tale ragione, Le chiedo se, nel caso, Lei avesse necessità, o avesse la possibilità di avere nella Sua cattedra una collaboratrice, in attesa della mia abilitazione, io sarei felice di poter essere nella Sua cattedra.

Ringrazio e Saluto cordialmente,

dott.ssa [omissis]

Basito da tanta audacia, le rispondo:

Gentile dott.ssa [omissis],

la sua mail mi ha in parte sorpreso. Lei si propone come collaboratrice di cattedra per il settore disciplinare SPS/07 e mi scrive che “a breve sarò candidata per le abilitazioni di sociologia generale e criminologia”. Dal suo testo non è chiaro se si sta riferendo all’abilitazione scientifica nazionale (ASN) o a una potenziale candidatura per un posto da RTD. In entrambi i casi, mi sarei aspettato di poter leggere un curriculum e non un inventario di nomi con i quali lei o persino suo zio di trova in strettissimi rapporti d’amicizia. È vero che su quest’ultimo criterio sono state costruite intere carriere, ma le sconsiglio di accreditarsi per questa via, quanto meno per salvare la forma. Senza neppure scomodare il fattore deontologico…

Ho comunque rovistato in rete e sull’intranet IRIS della Sapienza per farmi un’idea delle sue pubblicazioni (d’altronde, lei scrive anche che “vinsi poi il dottorato di ricerca in Studi Politici, con borsa di studio, area sociologia, nel dipartimento di Studi Politici nella facoltà di Scienze Politiche a l’università La Sapienza”), ma tutto ciò che sono riuscito a trovare è un saggio su [omissis] (88 pagine per un editore minore). D’altronde, mi pare che lei non si sia preoccupata neppure di guarnire la pagina web (https://phd.uniroma1.it/web/[omissis].aspx) al cui indirizzo molti suoi colleghi di corso hanno riportato, se non le pubblicazioni, quanto meno le ricerche sulle quali hanno lavorato. Leggo che lei ha fatto parte del gruppo di ricerca coordinato dal Prof. [omissis] su “[omissis]” (mi limito a dire che il tema riguardava la legalità, senza bisogno di aggiungere altri commenti, n.d.r.). Sarebbe stato più responsabile indicare quello che non i rapporti di stretta amicizia che la lega al Prof. [omissis] e ad altri. Comunque escludo che, con questo curriculum e anche trovandosi in dirittura d’arrivo con qualche altra pubblicazione, lei possa aspirare a un esito positivo dell’ASN, per quanti santi in paradiso possa avere. Ma dubito anche che con queste credenziali possa avere accesso a un posto da RTD. Naturalmente posso sbagliarmi, perché in qualche anfratto della rete potrebbe esserci un suo luminosissimo curriculum che però, ripeto, non ho letto né ricevuto.

La saluto con molta cordialità e le faccio i miei più fervidi auguri per il suo futuro professionale.

S.N.

Arriva, fulminea, l’implacabile risposta per lesa maestà. Eccola:

Gentile sig. Nobile (notare che nell’arco di un paio d’ore sono transitato da professore a signore), l’elenco di nomi da me messo in evidenza nella mail è’ solo dovuto ad una presentazione che di me mettesse in evidenza (ridondante, ma l’italiano è un optional soprattutto nelle discipline per le quali il problema del linguaggio è centrale, n.d.r.) il mio rivolgermi a Lei, poiché docenti, amici, più titolati di me, più adulti di me, hanno approvato tale scelta (notare la sindrome Jessica Rabbit: sono gli altri che la disegnano così, n.d.r.). Per quanto concerne il mio curriculum, ho chiarito a sufficienza la linea del mio percorso…. (da non trascurare l’abbondanza di puntini sospensivi che, stando alle regole della punteggiatura, dovrebbero fermarsi a tre, n.d.r.) direi in modo esauriente (senza neppure aver indicato un testo o un’area specifica di ricerca! n.d.r.), ho chiarito la mia laurea, il mio post laurea, il mio dottorato di ricerca, la mia provenienza, le mie collaborazioni accademiche, ho evitato di elencare i miei lavori pubblicati (e certo, con un curriculum così sostanzioso, perché scomodarsi a tanto? n.d.r.), poiché a mio avviso, reputavo fosse chiaro che dicendo di dover sostenere l’ ASN, io avessi pubblicato, e non ritengo che per una collaborazione di cattedra momentanea, in un’area palesemente a me nota, dato il mio percorso, ribadisco, da me raccontato nella mail inviataLe, io dovessi entrare maggiormente nei dettagli (anche agli occhi più distratti non sfuggirà il mirabile uso della lingua di Dante, che la ha permesso di conseguire persino un dottorato e, chissà, tra poco anche una cattedra come professore associato, n.d.r.). Non sono più nella posizione (sic, n.d.r.) di dover essere ripresa da chi palesemente è un collega, o quasi collega, poiché come ribadisco di nuovo, Le ho scritto, che ho sempre avuto ruoli in cattedre. Ed avendo già ruoli accademici, e non solo accademici, seppur in un’altra area di sociologia, e anche in tribunali in Corti d’Appello e quant’altro (e qui ci vorrebbe una di quelle battute icastiche di Gigi Proietti, in vernacolo, n.d.r.), non ammetto mi si riprenda per i miei approcci comunicativi. Forse riteneva di dover insegnare come scrivere a chi, onestamente, come me non ha da imparare nulla da chi non ha molti titoli in più (e pensare che io continuo a pensare di avere tanto da imparare dalle discussioni in aula con gli studenti…). Cordiali Saluti. Dott.ssa [omissis].

Post scriptum: sento telefonicamente una delle persone indicate come “amico carissimo”: mi dice che due mesi fa la ragazza si è fatta viva in veste di questuante con i medesimi fini…

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