I palati raffinati non hanno mai potuto sopportare un sociologo come Zygmunt Bauman: troppo divulgativo, troppo esposto, troppo generoso. Per fare un esempio di casa nostra mi ricorda Giuseppe De Rita. Poco incline a dialogare con gli accademici, molto invece con gli altri, quelli che incontri nelle strade della tua città e che, a malapena, sanno cos’è la sociologia.
Ho conosciuto Bauman soltanto attraverso i suoi libri, le sue conferenze. E nelle varie stagioni che la sua famelica ossessione di conoscenza ha attraversato. Mi sembra piuttosto opinabile consacrarlo come il sociologo che ha “inventato” o riconosciuto la modernità liquida. Il libro nel quale ne parla (e poi ne parlerà in più occasioni) consta di oltre 270 pagine. Reputo bizzarro ridurlo a una formula ad effetto. La modernità liquida: un concetto sociologicamente molto cogente, sì va bene, ma poi? C’è molto dell’altro.
Mi ricorda il lavoro liofilizzato di cui ha parlato un altro grande collega dell’intellighenzia internazionale: Luciano Gallino. Ricordo ancora un’altra locuzione brillante, non lontana da quelle appena richiamate: le forme dell’acqua, coniate da Andrea Camilleri (può essere che lui non lo sappia, può essere che non lo sappia neppure la metà dei lettori di queste note, ma anche Camilleri è un grande sociologo, per fortuna ancora vivo).
Bauman, dunque, è stato uno dei massimi scienziati sociali della nostra epoca, non si è mai sottratto a nessun confronto: per questo è stato generoso oltre misura. Il nostro uomo ha avuto tante idee, ma anche quando non le aveva se le faceva venire per non deludere il suo pubblico.
Questo si chiama talento.
Ha voluto fare la star nel firmamento scientifico internazionale,e c’è riuscito.
Ha scritto forse troppi saggi, la sua propensione forsennata per la conoscenza gli ha impedito di fermarsi. Non è l’unico che ogni tanto avrebbe dovuto fermarsi. Scrivere, senza freni, di scienza (o di letteratura), può anche portare verso una deriva rischiosa.
In sintesi, cosa ci lascia?
La capacità, in primo luogo, di rivolgersi ad ampie masse di popolazione, ovvero ai non addetti ai lavori. I suoi contributi sono patrimonio comune, non dico che se ne parli in ogni dove, ma talvolta se ne parla anche nel “bar dello sport”, forse senza saperlo, forse senza consapevolezza, forse con grande approssimazione, ma chiunque guardasse con sufficienza alle dinamiche tipiche del bar dello sport di certo non presterebbe un buon servizio alla sociologia, né a se stesso, né a lui.
La ferma consapevolezza, in secondo luogo, che la curiosità personale e l’amore per il proprio lavoro sono i principali strumenti per capire che “è la vita, più che la morte, a non avere limiti” (G. Garcìa Marquez).
La certezza, in terzo e ultimo luogo, che “saremo interrotti prima di finire” (Fernando Pessoa).
E Bauman non aveva certo finito il suo lavoro, né noi avevamo finito di ascoltarlo.
Ora arriveranno gli esegeti del suo pensiero: ben vengano, ma non sarà la stessa cosa.

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