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Biglietti di sola andata

Mattina del 21 marzo, solito giornale, preso al volo all’entrata dell’Università: “La strage delle ragazze Erasmus”. Leggo attentamente l’articolo, curiosa, spaventata, incredula.

Sette ragazze italiane morte in un incidente. Un banale incidente.

Un tatuaggio sul cuore

Sono passati 3 anni dal mio Erasmus. Quell’esperienza mi ha segnato: ancora sogno l’aria di Barcellona, il sole che picchia e il vento che scuote le palme poco prima del temporale. Un ricordo continuo, lo sogno, lo vivo, lo continuo a sperimentare. L’Erasmus quando inizia non finisce più, è una spinta dinamica che continua per anni, ti cambia e ti proietta in un mondo a tratti sconosciuto. Quando ci sei ti chiedi il perché non lo hai fatto prima, quando finisce ti senti straniero in patria.

Chiacchiere da metro

Ore 16, metropolitana linea B direzione piazza Bologna. Di fronte a me due signore, probabilmente sulla cinquantina, entrambe mamme: una di un ragazzo di 20 anni di nome Luca, studente di giurisprudenza e l’altra di una ragazza di 19 anni di nome Eleonora all’ultimo anno del liceo scientifico. Non si conoscevano prima. Si sono scontrate per una brusca frenata della metro e hanno iniziato a parlare, commentando notizie che apparivano sul display: in rapida successione gli aggiornamenti sulla tragica vicenda del bus di Barcellona. L’una guarda l’altra e afferma “Mio figlio non lo manderò se vorrà andare in Erasmus, è pericoloso. Non potrei vivere se gli succedesse qualcosa” e la mamma della ragazza replica “Sì, neanche io, la mia si iscriverà l’anno prossimo a scienze politiche. La manderò anche fuori a studiare ma all’estero con quel che si sente e quel che succede non ci penso nemmeno”.

Morti fiori a primavera

È lunedì e non ho lezione. Decido di recarmi in biblioteca per tirar giù un piano di studi decente in vista della prova di posizionamento per l’Erasmus. Decido anche di andare a Roma Tre perchè è l’Università in cui mi sono laureata prima di iscrivermi alla Sapienza per la magistrale, ed è a poche fermate di treno da casa mia.

“Mamma, parto per l’Erasmus”

“La domanda Erasmus si potrà presentare entro lunedì 7 Marzo”: la news sul sito del Dipartimento l’avevo letta bene e più volte perché “un’occasione del genere”, mi dicevo, “non si può perdere”.
La data del 7 Marzo, sulla mia agenda, è segnata in rosso perché mai avrei potuto correre il rischio di non affollare lo sportello Erasmus per consegnare la mia domanda per provare a volare. Così, come me, decine, centinaia o forse migliaia di ragazzie e ragazzi hanno avuto una scadenza al loro sogno: esplorare il mondo, viverlo, trasformare lo studio in esperienza di vita. Sogni comuni per ragazzi diversi. E quella stessa motivazione che viene richiesta per giustificare il desiderio di partire: perché vuoi vivere l’Erasmus?
Vivere l’Erasmus, appunto.

E’ solo una lezione

Come ogni giorno, oggi sono uscita di casa e sono andata in università.
Sono una studentessa della Sapienza e vivo a Roma da 5 anni.
Dovevo seguire un corso di giornalismo e sono arrivata 10 minuti prima, stranamente. Al mio arrivo tutti gli studenti del corso insieme a me, erano fuori dall’aula ad aspettare. All’inizio ho pensato “Mah, forse hanno dimenticato le chiavi”. L’aula era occupata, saremmo dovuti andare altrove. Le porte erano aperte: stavano tenendo dei test di inglese, dentro c’erano dei ragazzi che partivano per l’Erasmus.